Libri – “La difesa di Messina”. Le sentinelle di cemento che la politica non vede

- 12/01/2026
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Il volume di Bovi, Donato e Pacioni cataloga per la prima volta le fortificazioni del ’43. Un’operazione di «conflict archaeology» che si sostituisce all’inerzia pubblica: un tesoro di cemento lasciato ai rovi, mentre altrove la memoria è già diventata economia.

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Si nascondono tra i rovi delle colline peloritane, spesso invisibili a chi attraversa distratto la statale o i sentieri di montagna. Occhi di cemento armato che guardano ancora lo Stretto, fissi su un orizzonte da cui, per fortuna, non arrivano più le navi da guerra degli Alleati. Sono i bunker, le casematte, le postazioni di quella che fu la “Fortezza Messina”. Un patrimonio immenso di ingegneria militare che, in qualsiasi altro Paese civile – dalla Normandia alla linea Maginot – sarebbe oggi un parco storico, un museo diffuso, una macchina da turismo e memoria. Qui, invece, è un regno di sterpaglie e dimenticanza.

Viaggio tra le casematte dello Stretto, sentinelle di una guerra dimenticata. Il nuovo studio colma un vuoto decennale e lancia una sfida alle istituzioni: trasformare l’abbandono in un parco storico sul modello normanno.

A rompere questo silenzio colpevole arriva ora un volume che ha il sapore della sfida: La difesa di Messina, edito nella prolifica collana “Bunker” diretta da Lorenzo Bovi. Centosettantadue pagine, firmate dallo stesso Bovi con Armando Donato e Roberto Pacioni, che non sono solo una guida storico-turistica. Sono un atto di resistenza culturale. Il libro si avventura nel terreno scivoloso della conflict archaeology, l’archeologia del conflitto: disciplina che studia le tracce materiali della guerra moderna. Gli autori hanno fatto ciò che le istituzioni avrebbero dovuto fare da decenni: sono andati sul campo. Hanno mappato, catalogato, fotografato. Hanno sovrapposto le mappe militari degli archivi alle immagini satellitari di oggi, mettendo insieme un apparato iconografico di oltre duecento immagini che fa dialogare il 1943 con il presente.

Il vuoto delle istituzioni

Perché l’operazione condotta dal trio Bovi-Donato-Pacioni è meritoria, certo. Ma è soprattutto rivelatrice di un’assenza. Il volume si pone esplicitamente l’obiettivo di colmare un gap imbarazzante: quello prodotto dalla mancata attenzione di enti pubblici e amministrazioni locali. Sulla carta, de iure, spetterebbe allo Stato la tutela e la conservazione di questi beni. Nella realtà, de facto, l’ultimo cospicuo patrimonio fortificato permanente dell’area dello Stretto – teatro dei drammatici sbarchi del luglio-agosto 1943 – è lasciato all’abbandono, esattamente come i reperti di epoche più antiche. Non è solo una questione di pietre e cemento. È una questione di identità. Quelle fortificazioni raccontano l’ultimo momento in cui Messina è stata il centro strategico del Mediterraneo, il perno su cui ruotava la difesa dell’Asse e l’offensiva anglo-americana. Ignorarle significa cancellare una pagina di storia europea scritta con il sangue anche su queste coste.

Il testo, basato rigorosamente su fonti primarie, non si limita al lamento. Offre uno strumento. Si propone come “primo step” per un approccio turistico nuovo. Perché il turismo della memoria, nel mondo, muove milioni di visitatori. C’è un pubblico colto, internazionale, pronto a visitare le linee difensive degli anni Trenta e Quaranta, a capire la strategia dietro la topografia. Ma finché la valorizzazione sarà delegata alla buona volontà dei privati e dei ricercatori indipendenti, finché la politica considererà queste strutture solo come ingombri edilizi e non come risorse culturali, Messina resterà una città che siede su un tesoro senza possederne la chiave. La difesa di Messina è dunque un libro necessario. Non serve solo a guidare il turista tra i sentieri dei Peloritani. Serve a ricordare a chi ci governa che la storia non aspetta: o la si cura, o la si perde per sempre tra i rovi.

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