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Messina ferma al palo: Pil a +0,26%, la città resta fanalino di coda. Il “modello De Luca/Basile” in 8 anni non inverte il declino

- 09/01/2026
FOTO RADICI E PATTI

Pietro Patti “La fine della spinta del Pnrr rischia di aggravare ulteriormente una situazione già critica

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MESSINA – La narrazione della rinascita si scontra, ancora una volta, con la durezza dell’aritmetica. Dopo otto anni di amministrazione targata De Luca-Basile, la “svolta” promessa fatica a tradursi in benessere reale per il territorio. A certificarlo è l’ultima analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati Prometeia, rilanciata dalla Cgil di Messina: nel 2026 la provincia crescerà appena dello 0,26%. Una percentuale da prefisso telefonico che relega la città dello Stretto nelle retrovie della classifica nazionale, ben lontana non solo dalla media italiana (+0,66%), ma anche da quella del Mezzogiorno (+0,51%).

Il fallimento della ripresa I numeri tratteggiano una realtà impietosa. Mentre province come Varese, Bologna e Reggio Emilia viaggiano a una velocità quasi quadrupla grazie a investimenti e tessuti industriali solidi, Messina annaspa. Il dato del Pil, unito agli altri indicatori statistici in arretramento, suona come una bocciatura per le politiche di sviluppo messe in campo nell’ultimo ottennio. La strategia degli eventi e della comunicazione non sembra aver aggredito i nodi strutturali di un’economia che non produce ricchezza duratura né occupazione stabile.

L’allarme della Cgil «Questi numeri certificano ciò che denunciamo da tempo: Messina è fuori dai circuiti della crescita», attacca Pietro Patti, segretario generale della Cgil Messina. Per il sindacato non si tratta di un incidente di percorso, ma di una condizione cronica aggravata dall’assenza di visione. «Non si tratta di una semplice flessione congiunturale – spiega Patti – ma del risultato di anni di ritardi su infrastrutture, servizi pubblici, politiche industriali e lavoro di qualità». Il confronto con le altre realtà siciliane è perdente: Messina guarda dal basso verso l’alto Palermo e Catania, superando solo le aree interne più depresse dell’Isola.

Industria e crisi A pesare sul bilancio non è solo ciò che manca, ma anche ciò che si sta perdendo. La Cgil punta i riflettori sulle vertenze aperte, dalla Cargill alla Duferco, simboli di una desertificazione industriale che la politica locale non è riuscita ad arginare. «La fine della spinta del Pnrr rischia di aggravare ulteriormente una situazione già critica», avverte il segretario, sottolineando come senza il “doping” dei fondi europei la fragilità del sistema economico messinese rischi di esplodere.

L’appello Di fronte a un quadro che vede il territorio scivolare ai margini, il sindacato lancia l’ultimatum: serve una «vertenza territoriale». «È necessario mettere al centro un lavoro stabile e sicuro, investimenti pubblici e privati mirati, il rafforzamento della pubblica amministrazione e dei servizi», aggiunge Patti. La conclusione è un monito che chiama in causa le responsabilità politiche, da Roma a Palermo, fino a Palazzo Zanca: «Senza un cambio di rotta deciso – conclude Patti – Messina rischia di restare ai margini dello sviluppo, pagando un prezzo altissimo in termini di lavoro, diritti e coesione sociale». E dopo otto anni di tentativi, il tempo per le sperimentazioni sembra ormai scaduto.

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