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Legge anti-crack: una luce nel buio, ma con il rischio di curare il cancro con l’aspirina

- Editoriale
08/01/2026

Mentre si celebrano i finanziamenti, resta il vuoto sanitario: nell’Isola mancano le strutture a “doppia diagnosi”, indispensabili per trattare i danni psichiatrici della sostanza. Senza investimenti mirati, i milioni stanziati rischiano di alimentare l’ennesimo spreco assistenziale, lasciando le famiglie sole di fronte a una “cura” impossibile.

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di GIUSEPPE BEVACQUA

Leggendo la nota diramata da Palazzo d’Orléans, verrebbe quasi voglia di festeggiare. I toni sono quelli del solenne compiacimento, di chi annuncia urbi et orbi la vittoria del Bene sul Male. La rete regionale è completa, si legge nel comunicato stampa della Regione Siciliana. Nove centri attivi, unità mobili, soldi per il lavoro. Il Presidente Schifani esulta, parlando di «risposte concrete». Ebbene, Dio mi guardi dal negare la buona volontà, che in questa terra è merce rara. Una legge è meglio del nulla, e dare un punto di riferimento a famiglie che fino a ieri vagavano nel deserto è atto doveroso. Ma grattando via la patina dell’autocelebrazione burocratica, c’è il rischio che emerga una verità amara: la politica siciliana, pur con le migliori intenzioni, dimostra di non conoscere a fondo il mostro che pretende di combattere.

Si parla di “cura”, parola grossa, affidata a centri di “alta soglia” aperti ventiquattro ore su ventiquattro. Sulla carta è magnifico. Nella realtà, queste strutture possono tamponare, contenere, forse “intervenire”, ma non curare. Chi ha scritto la norma forse ignora — o finge di ignorare per investire altrove — che la vera cura per la devastazione del crack è possibile solo all’interno delle comunità a “doppia diagnosi”. Con pazienti ben determinati e rinchiusi. Strutture dove la psichiatria incontra la riabilitazione, dove si affrontano i danni permanenti al cervello causati dalla sostanza. Ebbene, queste comunità, da Roma in giù, sono chimere. Non esistono. Senza di esse, stiamo allestendo ottimi pronti soccorso per malati terminali. Il rischio è di distribuire aspirine per fronteggiare un cancro che avanza.

L’abisso tra la norma e la realtà si fa grottesco quando si tocca il tasto del “lavoro”. Quattro milioni di euro per il reinserimento. Lodevole, se stessimo parlando di disoccupati ordinari. Ma qui si parla di soggetti in balia del policonsumo, ostaggi di un craving — l’astinenza feroce — che non perdona. I signori dell’Ars sanno che per dichiararsi fuori dalla prima fase di questa dipendenza servono almeno tre anni? Sanno che il cervello di un tossicodipendente da crack richiede un isolamento totale, monastico, lontano da qualsiasi contatto con il mondo cupo della strada, pena il fallimento immediato?

Parlare di inserimento lavorativo per chi ha ancora i demoni in testa significa non aver capito che il rischio di ricaduta, per questa droga, dura dieci anni, ed è altissimo. Dieci anni. Pensare di risolvere il dramma di una generazione bruciata con un bando per stage aziendali è assimilabile ad ingenuità o, peggio, cinismo. La dipendenza da crack sviluppa patologie psichiatriche che non si curano con un contratto a tempo determinato, ma con una sanità specializzata che in Sicilia è il grande assente.

Questa legge, va detto con rammarico, è un cerotto. Un cerotto costoso, certo meglio dell’insufficienza dei vecchi Serd, ma pur sempre un cerotto su un’emorragia arteriosa. Le famiglie avranno un luogo dove bussare, e questo è un bene. Ma non illudiamole che, varcata quella soglia, il problema sia risolto. Non si illudano i deputati che il consumatore di crack si affiderà spontaneamente alle cure. Ne sanno qualcosa gli operatori che sostengono una guerra impari contro la dipendenza e i suoi danni collaterali. Senza le strutture per la doppia diagnosi e senza tempi di recupero biblici che il mercato del lavoro non può attendere, la “concretezza” vantata da Schifani rischia di rimanere solo un bell’esercizio di stile su carta intestata.

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