
Dalle pieghe del bilancio comunale emerge il costo raddoppiato della kermesse di Roberto Ruggeri. Fondi per le PMI dirottati su catering e hotel, mentre le Big Tech fanno passerella a spese dei contribuenti. E spunta la galassia societaria tra perdite immobiliari e “copia-incolla” amministrativi.

Il numero che stride più degli altri e che meriterebbe una slide apposita sul palco è 312 mila. Sono gli euro che la terza edizione del Sud Innovation Summit è costata alle casse pubbliche della città. Un raddoppio secco rispetto al passato, per il quale non è evidente alcun perché dell’aumento, con un conto da pagare per i messinesi che supera di centomila euro persino il cachet di una star come Irama in Piazza Duomo. Ma se un concerto riempie le piazze, l’evento del “guru” Roberto Ruggeri – milanese d’adozione, messinese di nascita e immobiliarista per vocazione – sembra riempire soprattutto le fatture intestate al Comune.
Il modello di business che starebbe dietro la vetrina scintillante dei manager multinazionali in passerella a Messina sembrerebbe quello del rischio d’impresa azzerato perché totalmente a carico del pubblico, mentre i benefici, se ci sono, restano privati o senza certezza differiti.
I soldi non crescono sugli alberi, e nemmeno nelle startup. Per finanziare la due giorni di ottobre, Palazzo Zanca ha attinto ai fondi destinati alle PMI (Piccole e Medie Imprese). Risorse teoricamente vitali per un tessuto economico locale a crescita zero, con una fuga di giovani che tocca quota 100 al giorno, vengono dirottate per pagare biglietti aerei, “lunch box”, cene di gala istituzionali e gadget brandizzati per relatori che arrivano, parlano e ripartono.
La giustificazione? Politica, nel senso più stretto del termine. Nelle delibere di Giunta – atti che portano la firma dell’amministrazione Basile – si legge una clausola che suona come una resa preventiva: il parere di regolarità contabile può essere omesso perché si tratta di “atti di mero indirizzo”, non idonei a produrre effetti diretti sulla situazione finanziaria dell’Ente. Tradotto dal burocratese: sappiamo che non ci sarà un rientro economico immediato, ma paghiamo lo stesso.
Eppure, il diavolo si nasconde nei dettagli. Ogni delibera, anno per anno e per tre anni, è un desolante “copia e incolla” amministrativo che svela come la macchina organizzativa si muova su binari prestabiliti, reiterando schemi di spesa che coprono tutto: dai transfer ai pernottamenti, fino al sito e-commerce per gli accrediti. Il Comune è il bancomat, le corporate mettono il logo, l’Università le aule. E il Sindaco Basile ha dimostrato di tenerci tanto a questo evento.
Chi incassa? Qui la trama si infittisce e porta dritta a Milano, zona Stazione Centrale. L’ecosistema di Ruggeri non è una linea retta, ma un triangolo societario che muove, nel anno appena trascorso, tra i 250 e i 400mila euro di fondi pubblici.
- Sud Innovation APS: Il veicolo istituzionale, ente non profit che ci mette la faccia e stipula convenzioni con gli atenei.
- Associazione Culturale Development: La “proxy” logistica, usata nelle prime edizioni per incassare i fondi e ancora attiva come collettore.
- Kaiser S.r.l.: La vera cassaforte. Una società a responsabilità limitata che di tecnologico ha poco e di immobiliare tutto e con un solo dipendente (Codice Ateco 68.20.01).
È sulla Kaiser S.r.l. che i conti non tornerebbero. Nel 2022, anno precedente al boom del Summit, la società registrava una perdita monstre di quasi 900mila euro a fronte di un fatturato irrisorio di 46mila euro. Nel 2023, anno del primo Summit, il fatturato balza a 276mila euro (+497%), pur chiudendo ancora in rosso. Dipendenti? Uno nel 2023, zero registrati nel 2025. Siamo di fronte a quella che gli analisti chiamano shell company che serve a fatturare servizi e gestire flussi, priva di una struttura operativa reale? Il team del Summit appare come una “rete fluida” di partite IVA e volontari, incaricati al bisogno, con al timone solo Roberto Ruggeri e la sorella Stefania.
Ruggeri venderebbe la narrazione del “lavoro a casa loro”, ma la sua struttura appare radicata nel Real Estate milanese e nell’Healthcare pugliese. Il Summit appare così sempre più come una sofisticata operazione di intermediazione: Ruggeri scambierebbe il capitale reputazionale delle Big Tech (che vengono gratis o quasi) con il capitale finanziario del Comune di Messina (che paga tutto), e tratterrebbe per sé il ruolo di gatekeeper. Si accredita come l’uomo che sussurra ai colossi, ottenendo un asset relazionale da monetizzare altrove, magari in operazioni immobiliari o di venture building. In sostanza Ruggeri sembra più specializzato in acquisti di case, appartamenti, immobili da ristrutturare per poi rivenderle, affittarle. Un immobiliarista piuttosto che un imprenditore tech.
A Messina, intanto, cosa resta? Nessuna sede aperta da Google o Microsoft, nessun polo tecnologico strutturato, nessuna assunzione diretta derivante dall’evento. Solo fatture frammentate sotto soglia comunitaria per evitare gare pubbliche complesse e affidamenti diretti su MEPA.
La domanda che pende sulla futura quarta edizione è politica quanto economica: fino a quando la città potrà permettersi di finanziare a fondo perduto il networking di un singolo imprenditore, sottraendo risorse alle imprese che sul territorio ci vivono e muoiono ogni giorno? In attesa di risposte, l’unica certezza è che l’innovazione, a Messina, ha un prezzo salatissimo, della quale non si è visto, peraltro, ad oggi nulla di concreto se non passerelle e costi. E a saldare il conto sono sempre gli stessi.










