
La sentenza del Tribunale di Messina: Rete Ferroviaria Italiana condannata per il decesso di un ex dipendente. Per oltre vent’anni lavorò senza protezioni tra navi e impianti elettrici dello Stretto. Il giudice: «Rischio noto, misure assenti»

MESSINA – Una battaglia giudiziaria durata otto anni si chiude con una sentenza storica per il Tribunale del Lavoro di Messina, che squarcia il velo su una stagione buia della storia industriale e dei trasporti sullo Stretto. Rete Ferroviaria Italiana spa (Rfi) è stata condannata a un risarcimento complessivo di circa un milione e 200mila euro in favore degli eredi di un ex dipendente messinese, stroncato a 68 anni da un mesotelioma pleurico. La patologia, ha stabilito il giudice, è «direttamente riconducibile» all’esposizione professionale all’amianto subita dal lavoratore durante oltre un ventennio di servizio.
La vittima, deceduta il 15 aprile 2015, aveva prestato servizio per le Ferrovie dello Stato ininterrottamente dal 1977 al 2001. Ventiquattro anni trascorsi con mansioni di elettricista e addetto alla manutenzione, operando quotidianamente «senza adeguate protezioni» in ambienti altamente contaminati. Il Tribunale ha accertato che l’attività lavorativa si è svolta prevalentemente a bordo dei traghetti ferroviari che fanno la spola tra Sicilia e Calabria, oltre che negli impianti elettrici di terra. Contesti nei quali la presenza delle fibre killer era «significativa e continuativa». La diagnosi nefasta era arrivata nel 2014; la malattia si è evoluta con drammatica rapidità, strappando l’uomo all’affetto della moglie e dei quattro figli l’anno successivo.
Le responsabilità dell’azienda
La sentenza accoglie totalmente il ricorso promosso dai familiari, assistiti dagli avvocati Ezio Bonanni (presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto) e Giuseppe Aveni. Il verdetto riconosce in modo netto il nesso causale tra l’esposizione professionale e l’insorgenza del tumore, ma soprattutto punta l’indice contro la condotta datoriale. Secondo il giudice del lavoro, infatti, l’azienda «non ha adottato tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore». Una violazione delle norme del codice civile ritenuta tanto più grave in quanto il rischio amianto «era noto da tempo», ma la «mancata adozione di idonee misure di prevenzione» ha esposto i dipendenti al pericolo mortale.
«Una tragedia non isolata»
«Questa sentenza segna un passaggio fondamentale nella verità giudiziaria sull’amianto nelle Ferrovie dello Stato – dichiara l’avvocato Ezio Bonanni – perché accerta in modo inequivocabile l’uso di amianto nei traghetti ferroviari e ne individua le responsabilità». Il legale dell’Ona sottolinea come non si tratti di un caso sporadico, ma di un fenomeno sistemico nell’area dello Stretto: «Parliamo di una tragedia tutt’altro che isolata: abbiamo già censito almeno altri dieci casi di mesotelioma tra i lavoratori impiegati nei traghetti Fs. A Reggio Calabria e Messina il fenomeno è ancora più grave, anche per la presenza delle Officine di Manutenzione e delle Ogr di Saline Joniche». Questa decisione, conclude Bonanni, «restituisce finalmente giustizia alle vittime e ai loro familiari e rappresenta una speranza concreta per tutti coloro che attendono il riconoscimento dei propri diritti».








