Reggio Calabria: Al “Tito Minniti” è scattato il contingentamento. Ogni aeromobile in transito può imbarcare un massimo di 3.000 litri.

Le preoccupazioni di Donald Trump sulle scelte fallimentari in merito al conflitto in Iran trovano un amaro e immediato riscontro nella realtà economica e logistica di queste ore. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui passa un quinto della produzione mondiale di greggio, il prezzo del petrolio ha infranto la soglia dei 140 dollari al barile. Una fiammata che ha innescato un effetto domino devastante, colpendo i trasporti internazionali, il turismo e le tasche dei cittadini, in una situazione ormai definita insostenibile.
L’emergenza carburante negli aeroporti italiani
Le prime, drammatiche conseguenze si stanno registrando proprio in Italia. A cavallo del weekend di Pasqua, sono saliti a sette gli scali nazionali costretti a diramare bollettini d’allerta (Notam) per segnalare criticità nei rifornimenti di jet-fuel. Ai quattro alert originari (Milano Linate, Bologna, Venezia e Treviso), se ne sono aggiunti rapidamente altri tre nel Sud e Centro Italia:
- Brindisi: L’aeroporto pugliese ha sospeso la disponibilità di carburante Jet A1, garantendo quantità limitate solo per voli di Stato, missioni di ricerca e soccorso (Sar) e voli ospedalieri. Il blocco, spiega Aeroporti di Puglia, è un effetto indiretto dei disservizi del Nord: troppi aerei hanno fatto scalo a Brindisi per fare il pieno, prosciugando le scorte.
- Reggio Calabria: Al “Tito Minniti” è scattato il contingentamento. Ogni aeromobile in transito può imbarcare un massimo di 3.000 litri.
- Pescara: A causa di un guasto a una cisterna (situazione slegata dalla crisi internazionale, ma che aggrava il quadro), lo scalo abruzzese può contare su una sola autobotte da 2.000 litri.
Il contraccolpo sulle compagnie aeree: tagli e rincari
Con il prezzo del jet-fuel raddoppiato nell’ultimo mese, i vettori aerei corrono ai ripari per limitare le perdite, prospettando un’estate di passione per i viaggiatori:
- ITA Airways: Al momento è tra le poche a tenere i passeggeri al riparo dai rincari, grazie a scorte accumulate per diversi mesi e ad assicurazioni sul prezzo del carburante.
- Lufthansa (partner di ITA al 41%): Nello scenario peggiore valuta di lasciare a terra il 5,4% della flotta (circa 40 aerei) e di ritoccare le tariffe.
- Air France-Klm: Ha già applicato aumenti di 50 euro sui voli a lungo raggio in classe economy.
- Ryanair ed easyJet: La low cost irlandese stima un calo delle forniture, valutando un taglio dei voli estivi del 5-10% e rincari sui biglietti del 4%. Sulla stessa lunghezza d’onda easyJet, che pensa a rialzi da fine estate e a riduzioni sulle rotte ad alta frequenza giornaliera.
- SAS: Ha già soppresso circa un migliaio di decolli dal mese di aprile.
Turismo in frenata: le tutele per i consumatori
Il clima di incertezza globale e l’aumento dei costi stanno ridisegnando i flussi turistici. Si registra già una frenata del 35% delle prenotazioni, con cancellazioni massicce provenienti dal Medio ed Estremo Oriente. Soffrono in particolare le città d’arte come Roma, mentre sembrano resistere le mete tradizionali come il Lago di Como o la Costiera Amalfitana.
Le associazioni dei consumatori invitano alla massima prudenza. Unc (Unione Nazionale Consumatori) e Federconsumatori sconsigliano le prenotazioni a lungo raggio, auspicando che la crisi non diventi un pretesto per aggirare le tutele europee rispolverando i “voucher” pandemici. Grazie alla nuova direttiva Ue sui pacchetti turistici e alle norme vigenti sui voli singoli, in caso di cancellazione il passeggero ha diritto al rimborso economico integrale (e, a ridosso del volo, a un risarcimento, salvo “circostanze eccezionali”).
Lo shock globale e l’ombra dell’inflazione
Il blocco di Hormuz annulla di fatto i lievi sforzi dell’Opec per aumentare la produzione. La compagnia saudita Aramco ha alzato i prezzi di vendita a livelli record, portando il costo effettivo per l’Europa tra i 130 e i 140 dollari al barile (massimi storici dal 2008).
L’impatto sull’economia reale non si farà attendere. Il CEO di JP Morgan, Jamie Dimon, ha avvertito gli azionisti del forte rischio di «significativi shock per i prezzi del petrolio e delle materie prime», aprendo la strada al pericolo di un’inflazione molto più persistente e tassi di interesse strutturalmente più elevati. In questo scenario di estrema volatilità finanziaria e geopolitica, i mercati navigano a vista, cercando un difficile adattamento a quella che potrebbe rivelarsi la nuova, instabile normalità globale.



