
La storia del “gran rifiuto” al centrodestra: dire sì all’accordo avrebbe significato controlli, mani legate e la fine del regno incontrastato. Il monarca di Taormina ha respinto l’ipotesi (smentita dagli altri) non per coerenza, ma per terrore: meglio rischiare le urne che cedere le chiavi della cassaforte e dover rendere conto a qualcuno della gestione solitaria di fondi e poltrone.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Chi oggi cade dal pero, fingendosi sorpreso per la mossa del cavallo – o meglio, la ritirata strategica – dei vertici delle partecipate messinesi, o è un ingenuo o un complice. La narrazione ufficiale ci racconta di un atto di nobiltà, di un passo indietro collettivo per amore della causa. Fesserie buone per chi le ingogia. Se si gratta via la vernice della retorica, sotto c’è la solita, vecchia logica di potere, quella che non molla l’osso nemmeno sotto tortura.
Partiamo dai fondamentali, quelli che a Messina si tende a scordare: i Consigli d’amministrazione non decadono con le dimissioni del sindaco. La legge è chiara. Quei signori avrebbero potuto restare comodamente seduti al loro posto, a meno che il commissario straordinario in arrivo non avesse deciso – ipotesi remota ma possibile – di spedirli a casa. E allora perché dimettersi in massa? Semplice: per due motivi, entrambi cinici ed entrambi politici.
Il primo è puramente tattico. La “corazzata” deluchiana si dispiega. Presidenti, direttori e membri dei Cda, tutti fedelissimi non certo dell’evanescente Basile ma del vero dominus Cateno De Luca, si tolgono la giacca istituzionale per indossare l’elmetto elettorale. Da dimissionari hanno le mani libere. Possono, anzi devono, battere il territorio palmo a palmo per garantire l’elezione del delfino designato, facendo pesare – eccome se pesano – quei serbatoi elettorali gonfiati a dismisura dalle recenti ondate di assunzioni.
Il secondo motivo è preventivo: togliendo il disturbo prima dell’arrivo del commissario, si evita che quest’ultimo possa mettere il naso troppo a fondo nel “sistema” delle partecipate. Il commissario, costretto all’ordinaria amministrazione, troverà caselle vuote e non potrà toccare i meccanismi ingegnati in questi anni.

Ma il vero spettacolo, quello che oscilla tra il grottesco e il patetico, è la gestione della scena (in una stretta galleria che fa più effetto di numero piuttosto che in una piazza semideserta).
Se il candidato è Federico Basile, perché a parlare, sbraitare e occupare ogni centimetro di spazio mediatico è sempre il sindaco di Taormina? Se Basile avesse, per usare un francesismo, gli attributi, il suo mentore dovrebbe fare un passo di lato. Invece De Luca è onnipresente, con quella smorfia incupita di chi ha conti da regolare, a testimonianza di un’unica verità: Messina è la sua roccaforte, l’ultima trincea che non può permettersi di perdere.
De Luca racconta di aver detto “no” agli inciuci con il centrodestra (fatto smentito due volte dagli interessati, ma tant’è). E ci crediamo: un accordo avrebbe significato cedere quote di potere, permettere a occhi estranei di guardare nei conti e nelle gestioni. Il sistema De Luca funziona solo se è assoluto, monocratico, senza interferenze. Meglio rischiare le elezioni che rischiare il controllo.
E qui veniamo al cuore nero della questione: la povertà, non solo economica ma di spirito, di una città che si accontenta del piatto di pasta e fagioli. L’elettore messinese “tipo”, grato per la prebenda o il favore, riconosce il capobranco solo in De Luca. La definitiva e disonorevole morte dell’orgoglio messinese! Così Basile è un dettaglio, un ologramma necessario perché l’originale è momentaneamente indisponibile. Ecco perché il palco non sarà mai libero.
Quanto ai contenuti, la fantomatica “Fase 3” annunciata da Basile è un contenitore vuoto. Cosa ha fatto davvero di “suo” l’attuale sindaco facente funzioni (o meglio, non facente)? Nulla. I progetti, buoni o cattivi che siano, sono tutti ereditati dal triennio deluchiano. E quelli non fatti? L’elenco è impietoso: I-Hub, Casa Serena, il mini autodromo, la Casa del Ragazzo, le Torri Morandi, la bonifica di Maregrosso. Tutte incompiute che ora ci verranno rivendute come promesse future. Per non parlare del disastro in Città Metropolitana, dove i fondi PNRR per le scuole rischiano di evaporare proprio mentre ci si scanna per le poltrone, visto che i lavori non sono partiti e le scadenze incombono.
Dov’è l’atto di coraggio in tutto questo? Non c’è. C’è solo la paura di perdere il comando e la volontà di trasformare l’ennesima campagna elettorale (Basile la faccia quando si è davvero dimesso e non sfruttando una rendita di posizione quando è ancora sindaco) in una rissa da saloon, dove chiunque osi dissentire – vedi Carlotta Previti o Matilde Siracusano – viene bollato come “sciacallo” dal padrone del vapore. Che, ricordiamolo, dovrebbe fare il sindaco a Taormina, ma evidentemente preferisce continuare a giocare a Risiko sulla pelle di Messina.











