143 views 5 min 0 Comment

Quella brioche inzuppata nel cappuccino della nostra civiltà perduta

- Ultima Ora
02/01/2026

Dallo sconcerto cortese delle vittime di Specchio Segreto alla ferocia odierna: ritratto di un Paese che, tra crisi e post-Covid, ha smarrito la tolleranza per sprofondare nella solitudine e nel rancore.

gb copia

di GIUSEPPE BEVACQUA

Era il 1964 e l’Italia, quella del boom economico che ancora profumava di speranza e calce fresca, rideva davanti a una scatola magica in bianco e nero. Rideva grazie a un sardo geniale e sornione, Nanni Loy, che con Specchio segreto importò nel Belpaese quella diavoleria che risponde al nome di candid camera. Rivedere oggi quelle immagini, in particolare la celebre sequenza della “zuppetta”, non suscita più soltanto ilarità. Provoca, al contrario, una fitta di malinconia, come quando si guarda la foto di un parente caro che non c’è più e di cui avevamo dimenticato la voce.

In quella scena, Loy, con la faccia di bronzo che solo i grandi attori possiedono, intingeva la propria brioche nel cappuccino di un ignaro avventore al bancone del bar. E cosa faceva la vittima? Urlava? Chiamava la polizia? Sferrava un pugno? No. Reagiva con un “cortese sconcerto”. Sgranava gli occhi, si ritraeva appena, abbozzava un sorriso imbarazzato, cercava di capire. In quel silenzio attonito, in quella incapacità di reagire con violenza a una invasione di campo così intima, c’era tutta l’educazione di un popolo che, pur nelle sue contraddizioni, manteneva ancora il senso della misura e del rispetto per il prossimo. C’era un patto sociale non scritto che reggeva l’urto anche della maleducazione (simulata) altrui.

nanni loy

Oggi, quella stessa scena sarebbe impossibile. O meglio, avrebbe un esito da cronaca nera. Se provaste domattina a inzuppare il cornetto nella tazza del vostro vicino di bancone, nella migliore delle ipotesi vi ritrovereste con una denuncia per aggressione; nella peggiore, finireste al pronto soccorso.

Che cosa ci è successo? Come siamo passati dal garbo dello stupore alla ferocia della reazione immediata? La società italiana si è trasformata, incattivita, ripiegata su se stessa. Certo, diamo la colpa al Covid, che è diventato il comodo alibi per ogni nostra nefandezza. È vero che la pandemia ci ha lasciato in eredità una sorta di armatura, una diffidenza epidermica verso chiunque si avvicini troppo al nostro “spazio vitale”. Dal lockdown siamo usciti non migliori, come ci raccontavamo dai balconi, ma più soli e più rabbiosi.

nanni loy

Tuttavia, il virus ha solo scoperchiato un vaso che bolliva da tempo. Vent’anni di crisi economica mai sopita hanno eroso le fondamenta della nostra convivenza civile. La disperazione si è fatta diffidenza, la diffidenza paura, e la paura, come sempre accade, si è tramutata in rabbia.

Basta guardare quella piazza virtuale e sguaiata che sono i social network. Lì, la violenza inespressa trova il suo sfogo fognario. Si augura la morte con la stessa facilità con cui un tempo si augurava il buongiorno. L’insulto è diventato la grammatica base delle relazioni, la sopraffazione l’unica dialettica riconosciuta. È un veleno che stiamo iniettando, goccia a goccia, nelle vene dei nostri giovani, ai quali abbiamo consegnato un mondo dove la gentilezza è scambiata per debolezza e l’aggressività per carattere.

Ci stiamo americanizzando, ma nel senso peggiore del termine. Stiamo scivolando verso quel modello di società fredda, atomizzata, dove un uomo a terra sul marciapiede non suscita pietà, ma indifferenza, o peggio, fastidio. Quell’America dei film dove la solitudine è una malattia endemica e le città sono alveari di estranei che si sfiorano senza mai toccarsi.

Nanni Loy, con la sua brioche gocciolante, ci ha lasciato un documento antropologico formidabile. Ci ha mostrato chi eravamo: gente capace di tollerare l’assurdo con un sorriso. Oggi, in quel bar, non c’è più nessuno disposto a sorridere. C’è solo gente pronta a mordere, convinta che l’altro non sia un compagno di viaggio, ma un nemico da abbattere prima che ci inzuppi il cornetto nel caffè. E questa, signori miei, non è più crisi. È decadenza.

nanni loy
WhatsApp vds