
Tra veti alla Dc e il gelo con gli autonomisti, il Governatore celebra i dati economici ma prepara la trincea del rimpasto. E agli alleati che scalpitano manda un avviso chiaro sulla ricandidatura: «L’uscente non si tocca»

PALERMO – C’è una coerenza quasi letteraria nel fatto che i buoni propositi per il nuovo anno siciliano inizino in una mattina uggiosa di fine dicembre. Renato Schifani convoca la stampa per i saluti di rito, snocciola il rosario dei successi – le agenzie di rating che applaudono, l’occupazione che sale, la cassa integrazione che scende, i termovalorizzatori di Palermo e Catania che promettono di non essere più miraggi – ma tutti sanno che il vero piatto forte non è il bilancio del passato, bensì la cambiale in scadenza per il futuro. Si chiama rimpasto, e promette di inaugurare un 2026 burrascoso.
Il Governatore lo definisce un «atto dovuto», con quella flemma democristiana che non lo abbandona mai, nemmeno quando ammette di non poter più tenere per sé le deleghe di Famiglia e Funzione pubblica, rimaste orfane dopo la tempesta che ha travolto la Dc e Totò Cuffaro. Schifani ha retto l’interim, ma il tempo è scaduto. E qui la politica si fa arte della distinzione. Le porte della giunta per la Dc, intesa come sigla, restano sbarrate: «Il partito ha dimostrato modelli gestionali non consoni ai miei punti di vista», sentenzia il presidente. Eppure, in Sicilia, nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Se i sette deputati cuffariani dovessero trovare rifugio sotto l’ombrello di un partito nazionale – l’Udc è il porto più sicuro – ecco che il peccato originale verrebbe lavato e i margini per un rientro nell’esecutivo si riaprirebbero magicamente.
Non c’è spazio, invece, per le manovre di Cateno De Luca. L’annunciato intergruppo all’Ars non scalfisce la corazza di Palazzo d’Orléans. «Ha votato la sfiducia, rimarrà un avversario», taglia corto Schifani. La politica ha le sue regole, e il perdono non è previsto per chi spara a zero sulla manovra.
Ben più complessa, e a tratti surreale, è la partita con l’Mpa. Raffaele Lombardo diserta i vertici, i suoi deputati svuotano l’Aula al momento del voto, ma Schifani getta acqua sul fuoco derubricando il tutto a «casualità» e dicendosi pronto a offrire un caffè all’alleato inquieto. Dagli autonomisti, però, arriva la replica gelida: Lombardo non beve caffè, solo tè nero. Una precisazione gastronomica che vale più di mille comunicati stampa: il disgelo è lontano. Gli autonomisti battono cassa sul secondo assessorato, vantando promesse fatte ai tempi delle Europee in nome del sostegno a Caterina Chinnici.
A metà gennaio arriverà nell’Isola Antonio Tajani, col compito ingrato di mettere ordine in una Forza Italia dove tutti chiedono tutto. Per le poltrone oggi occupate dai tecnici Dagnino e Faraoni c’è la fila: scalpitano Nicola D’Agostino, Michele Mancuso, Bernadette Grasso. Ma Schifani, vecchio volpone, potrebbe sparigliare le carte calando l’asso Massimo Russo: magistrato, gradito alla Dc (per via della compagna Laura Abbadessa) e già assessore con Lombardo. Un nome che metterebbe tutti d’accordo, o tutti a tacere.
Infine, il risiko di Fratelli d’Italia. Si parla di un avvicendamento tra Elvira Amata ed Ella Bucalo, con Francesco Scarpinato pronto a traslocare in Senato. Alla finestra, in attesa di un posto al sole, ci sono Fabrizio Ferrara, Massimiliano Giammusso e Giorgio Assenza. Un puzzle complicato, che Schifani deve comporre con un solo obiettivo in testa: blindare la propria ricandidatura. «La regola è che gli uscenti si ricandidano», dice lui. Un avvertimento ai naviganti, prima che la tempesta del 2026 abbia inizio.











