L’offensiva invisibile e il pressing di Washington. Il freno del governo Meloni: “Serve l’ombrello dell’Onu”

Nel delicato scacchiere del Medio Oriente, basta il solo sospetto della presenza di poche mine per mettere in ginocchio il traffico marittimo globale. Di fronte a una chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e alla crescente escalation con Teheran, gli Stati Uniti hanno sollecitato un ristretto gruppo di alleati, tra cui l’Italia. La richiesta è diretta: dispiegare unità navali specializzate per ripulire le acque. Un appello che porta alla luce un limite strutturale dell’attuale U.S. Navy: dopo aver ritirato in Bahrein le ultime unità della classe Avenger nel settembre 2025, le forze americane non dispongono oggi di capacità autonome sufficienti per garantire in tempi rapidi lo sminamento dei fondali.
In questo quadro di emergenza, il contributo italiano è considerato determinante grazie all’eccellenza tecnologica della nostra Marina Militare. Le navi delle classi Lerici e Gaeta sono piattaforme altamente specializzate, progettate con firme magnetiche e acustiche ridotte, e dotate di sonar a profondità variabile e veicoli subacquei filoguidati. L’operazione richiesta da Washington non si configura come una guerra d’urto, bensì come un meticoloso “lavoro di chirurgia navale”, che gli equipaggi italiani sanno condurre con grande efficacia e un’affidabilità riconosciuta a livello internazionale.
Lo spettro dell’inflazione e l’allarme della Farnesina
A rendere la questione indilazionabile è il peso economico dello stretto. Da Hormuz transita il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (Gnl) e circa 20,9 milioni di barili di petrolio al giorno. I segnali di crisi sono già evidenti: il 10 marzo 2026 la Farnesina ha lanciato un severo allarme, registrando il passaggio di “poche navi al giorno”. Le stime di marzo parlano di un blocco di 7,5 milioni di barili quotidiani. Una paralisi prolungata minaccia la stabilità delle forniture, incide pesantemente sui prezzi dell’energia e rischia di innescare una dinamica inflattiva di natura sistemica.
Il freno del governo Meloni: “Serve l’ombrello dell’Onu”
Nonostante il dirompente impatto sull’economia, il governo guidato da Giorgia Meloni frena. Il timore concreto è quello di un trascinamento in un confronto aperto e diretto con l’Iran. Figure di spicco dell’esecutivo, come il vicepremier Matteo Salvini e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, hanno subordinato qualsiasi invio di unità a una solida cornice multilaterale e a un inequivocabile mandato delle Nazioni Unite.
Il nodo tattico: cacciamine come bersagli vulnerabili
La preoccupazione di Roma non è solo politica, ma profondamente operativa. Per effettuare la bonifica, un cacciamine deve procedere a velocità molto ridotta, perdendo manovrabilità e trasformandosi in un bersaglio altamente vulnerabile per droni e missili costieri. Inviare queste piattaforme in quel quadrante significherebbe assottigliare pericolosamente il confine tra missione difensiva e obiettivo strategico. L’Italia si trova incastrata in una complessa strettoia diplomatica: affermare la tutela della libertà di navigazione senza esporre i propri marinai ai rischi di un’escalation militare priva di adeguate garanzie.




