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Ergastolo per Romita: strangolò la moglie palermitana Laura Papadia che voleva un figlio. Nessuno sconto per la confessione

- 13/04/2026
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I giudici di Terni superano la richiesta a 30 anni della Procura e accolgono la linea dura delle parti civili. Il delitto maturato al culmine dei litigi per la maternità desiderata dalla vittima. I familiari: «Ha avuto la condanna che si meritava».

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La Corte d’Assise di Terni non fa sconti e sceglie la linea della massima severità: ergastolo. Nessuna attenuante, nonostante la confessione e il presunto pentimento mostrato in aula. Nicola Gianluca Romita è stato condannato al carcere a vita per aver strangolato la moglie, Laura Papadia, 36 anni, originaria di Palermo.

Il femminicidio si era consumato nel marzo del 2025 tra le mura domestiche, a Spoleto. Un delitto brutale, maturato, secondo quanto emerso, attorno a una profonda frattura di coppia: lei desiderava la maternità, lui si opponeva ferocemente. Un conflitto divenuto letale.

A far scattare l’allarme, la mattina della tragedia, non fu l’assassino in prima persona alle autorità, ma la sua ex moglie. Romita l’aveva contattata telefonicamente in Sardegna per annunciarle, con agghiacciante freddezza, di aver ucciso l’attuale compagna.

Davanti ai giudici, l’imputato ha poi ammesso le proprie responsabilità, confermando lo strangolamento. Ha tuttavia tentato di alleggerire la propria posizione appellandosi a un “buco nero” psicologico: un vuoto di memoria che gli avrebbe impedito di ricostruire i dettagli e la lucidità di quei drammatici istanti. Una tesi che evidentemente non ha fatto breccia nella giuria.

La sentenza ribalta le richieste dell’accusa

L’epilogo processuale segna una spaccatura netta tra le richieste della Procura e la decisione finale della Corte. Al termine della requisitoria, infatti, il pubblico ministero si era fermato alla richiesta di 30 anni di reclusione.

A invocare il fine pena mai sono state invece, con fermezza, le parti civili: il padre e i fratelli di Laura Papadia (assistiti dagli avvocati Monica Genovese e Filippo Teglia), l’associazione antiviolenza “Per Marta e per tutte” e il Comune di Spoleto (rappresentati dagli avvocati Alessandra Rondelli e Monica Picena). La Corte d’Assise ha accolto in pieno questa linea rigorista.

Oltre alla reclusione a vita, l’imputato dovrà risarcire i familiari della vittima. I giudici hanno stabilito una provvisionale immediata di 100 mila euro per il padre di Laura e di 50 mila euro per ciascuno dei due fratelli, rimandando alla sede civile la quantificazione finale e complessiva del danno.

“Ha avuto la condanna che si meritava”, è stato il commento a caldo, carico di dolore ma anche di sollievo per la giustizia ottenuta, da parte dei familiari della trentaseienne.


La sentenza della Corte d’Assise di Terni si inserisce in un solco giurisprudenziale sempre più rigoroso per i casi di femminicidio. Colpisce, in particolare, la distanza tra la richiesta dell’accusa (30 anni, che spesso tengono conto del rito o di attenuanti generiche come l’incensuratezza o la confessione) e la decisione della giurisdizione giudicante (l’ergastolo).

L’ammissione di colpa di Romita è stata accompagnata dalla classica formula del “buco nero”. Si tratta di una strategia difensiva frequente nei delitti d’impeto o domestici, volta a escludere la premeditazione o a suggerire uno stato di offuscamento temporaneo. I giudici di Terni hanno però stabilito un principio chiaro: ammettere l’evidenza (tra l’altro dopo aver confessato il fatto a terzi, come l’ex moglie) non basta a configurare un reale ravvedimento operoso, né a cancellare la lucidità del movente, in questo caso l’incapacità di gestire il conflitto sulla maternità.

Il fatto che siano state le parti civili a spingere per l’ergastolo, e che la Corte le abbia seguite superando le richieste del PM, evidenzia l’importanza del ruolo dei familiari e delle associazioni antiviolenza all’interno dei processi. La costituzione dell’associazione “Per Marta e per tutte” e dello stesso Comune di Spoleto dimostra come il femminicidio non sia più considerato solo un dramma privato o familiare, ma una ferita inferta all’intera collettività, che richiede risposte istituzionali esemplari.

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