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Forza d’Agrò, la “fabbrica” delle false residenze: così il sindaco provava a blindare le elezioni

- 02/04/2026
Forza dAgro

Dalle cartelle sparite agli uffici anagrafe, fino ai controlli mirati sui residenti fantasma: l’inchiesta dei Carabinieri svela un presunto sistema di potere per pilotare il voto amministrativo del 2024.

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L’anomalia demografica che ha subito fatto scattare il campanello d’allarme tra i Carabinieri di Forza d’Agrò, piccolo borgo di appena 835 anime, è proprio il numero di richieste di nuove residenze. Tra gennaio e la metà di marzo del 2024, in piena febbre pre-elettorale, le richieste di cambio di residenza schizzano a quota 55. Un numero enorme, se paragonato all’intero anno precedente, fermo a 41. Un esercito di 96 nuovi potenziali elettori, di cui ben 91 pronti a esercitare il diritto di voto. È da questa “esplosione” di residenti che, il 15 marzo 2024, prende il via l’indagine che oggi fa tremare il palazzo municipale.

La ribellione dei vigili urbani

A scoperchiare il presunto vaso di Pandora sono gli stessi agenti della Polizia locale. Ad aprile, l’ispettrice capo Carmela Bartolone varca la soglia della caserma dei Carabinieri, denunciando un clima di forte disagio lavorativo. Il dito è puntato contro il sindaco Bruno Miliadò. Secondo il racconto dell’ispettrice, il primo cittadino avrebbe tentato di indirizzare l’esito dei controlli sulle residenze, assegnando le pratiche in base all’appartenenza politica dei vigili: gli agenti considerati “vicini” al sindaco venivano incaricati di verificare le pratiche di suo interesse, mentre le schede politicamente “avverse” venivano trattenute per essere affidate ad agenti più compiacenti, tra cui verrebbe indicato l’ausiliario del traffico Carmelo La Rocca. Pochi giorni dopo, anche l’ispettore capo Orazio Maccarrone si reca dai militari, confermando le anomalie.

Il giallo della cartella sparita

Il punto di rottura si consuma il 28 marzo. Maccarrone entra in ufficio e scopre che la carpetta con le pratiche pendenti per i cambi di residenza è letteralmente svanita dalla sua scrivania. Dopo un rapido giro di consultazioni con la collega Bartolone e la segretaria comunale, emerge la verità: il sindaco Miliadò ha avocato a sé la gestione del fascicolo. La motivazione ufficiale? Una presunta poca chiarezza sulle modalità di verifica dei vigili. Da quel momento, le procedure ordinarie saltano. È il sindaco a dettare i tempi, le priorità e a chi assegnare i controlli, bypassando l’ordine cronologico. Un sistema che genera profonda inquietudine tra i due ispettori, le cui preoccupazioni vengono captate dalle intercettazioni telefoniche: «Sono convinti che comandano loro il paese, sono convinti che il paese è loro!», sbotta Maccarrone al telefono con la collega.

Case fantasma ed esposti

Il clima si fa sempre più teso. Tra aprile e giugno piovono sulla scrivania della Procura tre esposti, a cui se ne aggiunge un quarto firmato dalla consigliera di opposizione Giulietta Verzino, che denuncia un travaso di ben 110 residenze sospette in soli quattro mesi. Gli inquirenti passano all’azione piazzando microspie nell’ufficio del sindaco e nell’auto della Polizia locale. I riscontri sul campo sono impietosi: molte delle abitazioni indicate dai neo-residenti sono di fatto inabitabili. Mancano i contatori dell’energia elettrica, i citofoni, persino i numeri civici, e in alcuni casi si tratta di veri e propri cantieri interrotti.

L’ombra dell’associazione a delinquere

Il quadro delineato dagli investigatori è quello di un vero e proprio modus operandi sistemico, tanto da ipotizzare l’esistenza di un’associazione a delinquere. Sfruttando la sua duplice veste di sindaco e di comandante pro tempore della Polizia locale, Miliadò avrebbe esercitato un controllo asfissiante sull’organo accertatore. L’obiettivo degli inquirenti è chiaro: far approvare le pratiche dei soggetti vicini ai candidati della sua fazione, Emanuele Di Cara e Pippo Bondì, e bocciare quelle riconducibili allo schieramento dell’avversaria Melina Gentile. Un pressing che avrebbe raggiunto il suo apice l’8 maggio, quando l’ispettrice Bartolone, benché fuori servizio, sarebbe stata costretta dal sindaco ad accompagnarlo in un tour di dieci verifiche anagrafiche. Tutte, guarda caso, con esito negativo.

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