Operazione dei Carabinieri a Caltanissetta: due arresti per usura e autoriciclaggio con l’ombra di Cosa Nostra. La vittima aveva versato oltre 120 mila euro senza intaccare il capitale.

CALTANISSETTA – Un disperato tentativo di salvare l’azienda travolta dalla crisi pandemica si è trasformato in una morsa asfissiante. Un prestito in contanti di 35 mila euro, chiesto quando i canali del credito legale avevano ormai chiuso le porte, è lievitato fino a imporre tassi di interesse astronomici, tra il 137% e il 140% annuo. È la drammatica parabola di un imprenditore nisseno del settore trasporti, liberato da un incubo finanziario e psicologico grazie a un’operazione dei Carabinieri della Compagnia di Caltanissetta.
Su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, il Gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per due soggetti, già ampiamente noti alle forze dell’ordine. Le accuse sono pesanti: usura e autoriciclaggio, con l’aggravante del metodo e dell’agevolazione mafiosa.
Le condizioni imposte dagli strozzini non lasciavano scampo. L’imprenditore era costretto a onorare rate mensili che oscillavano tra i 3.500 e i 4.000 euro. Un salasso continuo che lo ha portato a versare nel tempo oltre 120 mila euro. Di questi, ben 80 mila coprivano esclusivamente gli interessi, lasciando il capitale iniziale perfettamente intatto.
Le modalità di riscossione e pressione psicologica ricalcavano i classici schemi di Cosa Nostra, evidenziando la contiguità di uno degli indagati con la criminalità organizzata locale. Particolarmente inquietante e cinematografica la tecnica utilizzata per l’incasso: gli strozzini consegnavano alla vittima una banconota strappata a metà. L’esattore di turno si presentava poi all’appuntamento esibendo la porzione combaciante per farsi “riconoscere” in modo inequivocabile. In caso di ritardi, scattavano penali durissime, al punto da costringere l’imprenditore a vendere auto e moto pur di racimolare il contante necessario.
Il denaro estorto non restava fermo, ma veniva ripulito attraverso un ingegnoso sistema di autoriciclaggio. Secondo le indagini, gli usurai si appoggiavano a una società amministrata da un complice, emettendo fatture fittizie per giustificare i bonifici in entrata. Emblematica una fattura da 12 mila euro per prestazioni di fatto mai eseguite. Una volta accreditati sui conti della società schermo, i fondi venivano immediatamente prelevati in contanti o dirottati su carte prepagate, nel tentativo di far perdere le proprie tracce agli inquirenti.
Il provvedimento cautelare ha raggiunto i due indagati direttamente in cella. Entrambi si trovavano già detenuti a seguito di una condanna in primo grado — rispettivamente a 12 anni e a 8 anni e 8 mesi — per un’altra vicenda di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un diverso imprenditore.
Il cerchio si è stretto anche sui patrimoni illeciti: il Gip ha disposto il sequestro preventivo dei conti correnti riconducibili agli arrestati. A conferma della pervasività del clan e del suo radicamento nel tessuto economico, emerge inoltre una recente interdittiva antimafia firmata dalla Prefettura. Il provvedimento ha colpito una ditta di igiene ambientale legata, tramite una parentela acquisita, a uno dei due aguzzini. La vittima dell’usura, provata da anni di profonda soggezione, ha trovato la forza di collaborare con gli investigatori solo quando è stata messa di fronte a riscontri ritenuti inconfutabili.




