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La giustizia a due velocità: colletti bianchi al fresco, stalker liberi di uccidere

- 19/03/2026
braccialetto elettronico aggressore

Il paradosso del braccialetto elettronico fantasma e l’ipocrisia di un sistema che non paga mai per i propri errori.

Ci voleva un dibattito referendario all’Università di Palermo, puntualmente raccontato da La Repubblica, per certificare l’ennesimo capolavoro tragicomico del nostro sistema giudiziario. Mentre Messina ha appena finito di piangere Daniela Zinnanti, trucidata dall’ex compagno Santino Bonfiglio, la politica e la magistratura decidono bene di usare il femminicidio come clava per la campagna elettorale. Sia chiaro: qui non ci interessa un fico secco di disquisire delle ragioni del “si” o del “no”. Quel che vogliamo segnalare è una questione semplice: la tutela di chi denuncia la violenza di genere e la responsabilità di chi si assume l’onere delle decisioni costruendo un rapporto di fiducia nella magistratura da parte dei cittadini che, alla luce di quel che snocciola la cronaca ormai quotidiana, è sempre più in difetto di convinzione.

A Palermo da una parte del ring c’era la magistrata Rachele Monfredi, paladina del No alla riforma, che ci tiene a precisare una cosa fondamentale: se Bonfiglio ha potuto massacrare la ex perché mancava il dispositivo di controllo, la colpa non è certo del Csm o delle sacre correnti togate. Figuriamoci. Sarà colpa del destino cinico e baro, o forse del magazziniere che ha finito le scorte in magazzino. Ma è la replica della deputata meloniana Carolina Varchi (schierata per il Sì) a scoperchiare il vero vaso di Pandora, mettendo a nudo l’assurda lotteria di chi amministra la legge in questo Paese.

Il paradosso: dentro il colletto bianco, fuori l’assassino

La Varchi sbatte in faccia alla platea una disparità di trattamento che fa rabbrividire, e che è il vero cuore nero di questa vicenda. Ricorda un caso palermitano di qualche anno fa: un “colletto bianco” ottiene i domiciliari con il braccialetto elettronico. Il dispositivo non c’è? Nessun problema, il giudice applica la logica ferrea e lo tiene rigorosamente al fresco in carcere, raccogliendo pure gli applausi generali per il pugno duro. A Messina, invece, per lo stalker conclamato Bonfiglio il copione si ribalta magicamente. Il braccialetto è introvabile? Pazienza, lo scarcerano lo stesso. Libero come un fringuello di andare a compiere la sua mattanza annunciata. Due pesi e due misure: la massima prudenza per i reati finanziari, le porte girevoli spalancate per chi minaccia la vita di una donna.

L’impunità delle toghe e l’imbarazzo degli studenti

Il j’accuse non si ferma qui. Come ricorda La Repubblica, la deputata affonda il coltello sulle colpe dei giudici e sulla loro leggendaria impunità. Elenca le prodezze finite davanti ai disciplinari del Csm, che di solito si risolvono con qualche buffetto sulla guancia: magistrati che “dimenticano” distrattamente innocenti in cella per 43 giorni o, peggio, toghe che finiscono in overdose nei bagni del tribunale costringendo a interrompere le udienze. Tutti sbagliano e pagano, in questo sedicente Stato di diritto, tranne chi indossa l’ermellino.

Il risultato finale di questo scontro surreale? Gli studenti di Scienze Politiche, costretti ad assistere al triste spettacolo, se ne escono confessando di essere “confusi” e “imbarazzati dalla classe politica”. E come dar loro torto: di fronte a una donna morta per un pezzo di plastica mancante e a uno Stato che non sa fare altro che rimpallarsi le colpe, l’imbarazzo è davvero il minimo sindacale.

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