Il Duomo gremito per l’ultimo saluto alla vittima di femminicidio. Malore per la madre durante il rito.
MESSINA – Un dolore palpabile e insostenibile ha riempito oggi le navate del Duomo di Messina. Una folla commossa e silenziosa si è stretta attorno ai figli, al fratello e ai parenti di Daniela Zimmanti, ennesima vittima di femminicidio che ha ferito profondamente la comunità. La tensione emotiva per una perdita così violenta ha segnato l’intera cerimonia, culminando nel malore avvertito dalla madre di Daniela, la quale è stata portata via dalla cattedrale soccorsa dai familiari.
Dal pulpito, le parole dell’arcivescovo Giovanni Accolla sono risuonate come un monito severo e un appello disperato alle coscienze. Un’omelia che non ha fatto sconti, partendo da una constatazione amara che tocca i recenti traumi del capoluogo: «Qualcosa viene dal cuore ed è anche sconvolgente a pensare che non è ancora passato un anno da un efferato delitto e già la nostra città e i nostri cittadini devono fare i conti con una tragedia anch’essa veramente sconvolgente».

L’amore snobbato e le relazioni strumentalizzate

Il prelato ha tracciato un quadro lucido della deriva morale che spesso arma la mano violenta. Quando l’uomo si allontana da una spiritualità autentica, finisce per allontanarsi da quell’amore vitale e cede alla tentazione di «strumentalizzare ogni relazione per un proprio tornaconto personale». È in questo vuoto di valori che si consumano le tragedie. «Fino a quando c’è un fratello che muore di violenza, noi abbiamo perso il senso della nostra umanità» ha scandito Accolla, sottolineando come l’intera vita comunitaria diventi in questi casi un’espressione di “vita mortificata“.

L’arcivescovo ha esortato i presenti a non abbandonarsi all’indifferenza e a quelli che ha definito “silenzi di fuga“. La morte della vittima deve trasformarsi, per la città, in «una voce fortemente strepitosa» contro l’assuefazione al dolore. Non ci si può più trincerare dietro l’antico e comodo alibi dell’egoismo: «Sono forse io il custode di mio fratello?», ha avvertito, ribadendo che ognuno è intimamente responsabile di chi gli sta accanto.
L’appello alle famiglie: ripartire dall’ascolto

Nonostante il buio di una giornata così drammatica, il messaggio conclusivo ha cercato di tracciare un sentiero di speranza, con un pensiero di prossimità rivolto direttamente ai figli e ai genitori della vittima. L’arcivescovo ha invitato tutta la cittadinanza a compiere un passo indietro per poterne fare due avanti, ripartendo dal nucleo fondamentale della società: le famiglie. Basterebbe ritagliarsi “pochi minuti al giorno” per un ascolto sincero, per guardarsi negli occhi e arginare insieme quelle fragilità umane che, se ignorate, sfociano in drammi irreparabili.























