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L’agguato col clacson. Scateno De Luca e la mafia a sua insaputa (nella sua stessa coalizione)​

- 15/03/2026
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Cateno De Luca, per gli amici Scateno, sindaco di Taormina, leader di Sud Chiama Nord e aspirante martire a tempo pieno, ha rischiato grosso. O almeno, così sembrava fino a stamattina, quando da Barcellona Pozzo di Gotto è rimbalzata la ferale notizia: minacce al leader, clima pesante, ombre inquietanti. La parola con la “M”, Mafia, è stata subito evocata, pronta per le dirette Facebook a reti unificate.​

Poi, come spesso accade quando la cronaca si scontra con il vittimismo di professione, il thriller si è sgonfiato, trasformandosi in una via di mezzo tra un film di Ciprì e Maresco e una commedia degli equivoci.​

Il “feroce atto intimidatorio”, spogliato della retorica, si riduce a questo: un tizio a bordo di un veicolo ha rallentato la marcia vicino al gruppo di sostenitori di De Luca. Non contento di questa palese mossa di stampo corleonese, il nostro ha poi incrociato di nuovo l’onorevole vicino allo svincolo autostradale, sferrando il colpo di grazia: una strombazzata di clacson.​

Ma il vero capolavoro è l’identità del presunto boss del clacson. Trattasi del fratello di una candidata al consiglio comunale di Sud Chiama Nord. Non una rivale, sia chiaro, ma una candidata nella lista dell’Avv. Scolaro. Ovvero: la coalizione dello stesso De Luca. L’attentatore militava a sua insaputa nello stesso schieramento della “vittima”.​

A smontare definitivamente il martirologio preventivo ci ha pensato l’avvocato del presunto “minacciatore”, Giuseppe Imbesi, con una nota che merita di finire negli annali della giurisprudenza goliardica. Apprendiamo così che il rallentamento e la strombazzata non erano avvertimenti in stile Cosa Nostra, ma gesti fatti “esclusivamente a titolo di saluto, di incitamento e di partecipazione”. Insomma, un tifoso un po’ rumoroso, scambiato per il mandante di un agguato a letali colpi di clacson.​

Il cittadino, accortosi dal circo mediatico di essere stato promosso a picciotto, ha persino contattato un legale vicino allo staff di De Luca per scusarsi dell’equivoco. La risposta, degna della migliore burocrazia dell’assurdo, sarebbe stata: “Non posso farci nulla”. Lo show, evidentemente, doveva andare avanti.

​L’avvocato Imbesi annuncia ora che il suo assistito si recherà dai Carabinieri per rendere dichiarazioni spontanee e chiarire la faccenda, ma solo “compatibilmente con gli impegni lavorativi serali”. Già, perché i finti mafiosi di Barcellona Pozzo di Gotto, a differenza dei politici in perenne campagna elettorale, la sera lavorano. E l’unico vero crimine, alla fine della fiera, sembra essere l’abuso della parola “mafia”. Per racimolare qualche “mi piace” in più?

de luca melazzo
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