MESSINA – La ruota della politica locale messinese non smette mai di girare, e spesso riporta i protagonisti esattamente al punto di partenza. Il ritorno della consigliera comunale Sara Di Ciuccio nelle file di Sud Chiama Nord segna un nuovo capitolo in una parabola politica fatta di strappi teatrali, accuse pesanti e riappacificazioni improvvise. Un rientro che, oltre a rimescolare le carte in Consiglio Comunale, accende i riflettori su una peculiare doppia morale che anima costantemente le tifoserie politiche.
L’addio di maggio 2024: la fuga dalla “dittatura”
Per comprendere la portata di questo rientro, è necessario riavvolgere il nastro all’8 maggio 2024. In quel giorno, la rottura tra la consigliera Di Ciuccio e la compagine guidata dal leader Cateno De Luca e dal sindaco Federico Basile si consumò con toni a dir poco incendiari.
La pietra dello scandalo fu la richiesta, rivolta ai membri della maggioranza, di sottoscrivere un documento unitario, una sorta di “patto” di fedeltà. Una mossa che spinse Di Ciuccio a rifiutare la firma e a denunciare pubblicamente l’esistenza di un «leaderismo dittatoriale inaccettabile». Salutando il gruppo, la consigliera rilasciò dichiarazioni durissime contro le imposizioni e i diktat calati dall’alto, parlando di fatto di fine di una dittatura e rivendicando la propria libertà di mandato politico. La sua fuoriuscita si concretizzò nel passaggio al Gruppo Misto (e, successivamente, verso i lidi di Forza Italia). Un distacco che i vertici di Sud Chiama Nord vissero come un affronto, culminato in un’espulsione formale e in aperte accuse di tradimento e mancanza di coraggio.
L’etica a corrente alternata del “salto della quaglia”
Oggi, con il passo indietro e il rientro all’ovile deluchiano, la narrativa si capovolge bruscamente, portando alla luce un fenomeno tanto diffuso quanto ipocrita: l’etica a geometria variabile del “salto della quaglia”.
Le reazioni nelle file dei sostenitori di Sud Chiama Nord sono l’emblema di questa profonda contraddizione. Se nel maggio 2024 la consigliera era stata marchiata con la lettera scarlatta del tradimento, colpevole di aver abbandonato la nave per rincorrere altri posizionamenti, oggi il suo ritorno viene accolto con estrema indulgenza. La capriola politica viene improvvisamente derubricata a un fisiologico e “normale cambio di idee”.
Si delinea così un teorema ben preciso agli occhi dei sostenitori: il trasformismo è considerato un atto di maturità, un ravvedimento virtuoso e una lodevole presa di coscienza, purché avvenga in entrata e vada a ingrossare le proprie fila. Al contrario, quando il percorso è inverso e un esponente decide di uscire dal movimento per divergenze di pensiero, l’abbandono cessa di essere libertà democratica e si trasforma nel più imperdonabile dei tradimenti.
Una prassi consolidata
Il caso in questione rappresenta un perfetto spaccato di come la polarizzazione estrema del dibattito politico locale tenda ad assolvere sempre se stessi e a demonizzare i dissidenti. In un panorama in cui le appartenenze diventano liquide, la retorica del “traditore” da punire o del “figliol prodigo” da riabbracciare viene utilizzata esclusivamente a seconda della convenienza del momento, sacrificando sull’altare del consenso il concetto stesso di coerenza.




