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Femminicidio a Messina: Trovata l’arma del delitto. Il killer era ai domiciliari ma senza braccialetto elettronico per “mancanza di disponibilità”

- 11/03/2026
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​La scoperta dell’arma in via Lombardia

La Squadra Mobile di Messina ha individuato e sequestrato l’arma del delitto nel caso del femminicidio di Daniela Zinnanti. È un coltello, di cui l’assassino si è sbarazzato gettandolo nei pressi di un cassonetto dei rifiuti a poca distanza dall’abitazione della vittima, in via Lombardia. A impugnarlo è stato Santino Bonfiglio, 67 anni, ex compagno della donna. L’uomo, che ha spezzato la vita di Daniela Zinnanti, avrebbe dovuto trovarsi isolato e sotto stretto controllo: era infatti sottoposto al regime degli arresti domiciliari.​

La spirale di abusi e l’escalation

L’omicidio è l’ultimo, drammatico atto di una relazione durata relativamente poco, ma rapidamente degenerata nella violenza. Alla fine del 2025, alla decisione della donna di chiudere la relazione, Bonfiglio aveva reagito picchiandola selvaggiamente. La prima denuncia era arrivata quasi subito, ma la vittima, in un tragico passo indietro, l’aveva ritirata il giorno seguente andando contro le insistenti raccomandazioni della propria famiglia. La violenza, però, non si è fermata. All’inizio di quest’anno, solo un mese fa, l’uomo è tornato a colpire. Le percosse hanno costretto la donna a cercare le cure dei medici dell’ospedale “Piemonte”.

Da quel letto di pronto soccorso era scattata la denuncia definitiva, che ha portato all’adozione della misura cautelare nei confronti del sessantasette.

In questa tragedia annunciata, emerge un dettaglio clamoroso e amaro sulle falle del sistema di tutela. Il Giudice per le Indagini Preliminari, in accoglimento della richiesta formulata dal Pubblico Ministero, aveva firmato l’ordinanza per gli arresti domiciliari imponendo espressamente l’applicazione del braccialetto elettronico. Quel dispositivo, cruciale per monitorare i movimenti dell’aggressore e lanciare l’allarme in caso di avvicinamento alla vittima, non gli è mai stato messo alla caviglia. La motivazione, confermata anche dal difensore dell’uomo, risiede in un limite materiale e logistico: non c’erano dispositivi disponibili in quel momento. Una mancanza che si è rivelata fatale.

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