La politica siciliana vive di scontri feroci. Tutti litigano con tutti. Eppure De Luca e La Vardera non litigano tra loro. La Sicilia non ha bisogno di nuovi capipopolo

di Angelo GIORGIANNI
La Sicilia ha una lunga tradizione di capipopolo. È una dinamica antica: nei momenti di crisi emerge sempre qualcuno che promette di abbattere il sistema, spazzare via i corrotti e restituire il potere al popolo. Ogni volta sembra una rivoluzione. Ogni volta viene raccontata come la fine del vecchio sistema. E ogni volta, puntualmente, produce una nuova illusione politica.
Un tempo i capipopolo parlavano dalle piazze. Oggi parlano dalle dirette social. Il tribuno del popolo si è trasformato nel capopopolo digitale. Non servono più piazze gremite: bastano uno smartphone, una diretta Facebook e un algoritmo. La politica diventa spettacolo.
E così la Sicilia, invece di uscire dal suo eterno teatro politico, ha semplicemente cambiato palcoscenico. Se un tempo il consenso si costruiva nelle piazze, oggi si costruisce nei video virali, nelle polemiche quotidiane e nell’indignazione permanente. I protagonisti più recenti di questa rappresentazione sono Cateno De Luca e Ismaele La Vardera. Due figure diverse per stile e percorso, ma molto simili nel modello politico: la politica-spettacolo permanente.
Non costruiscono partiti ma platee. Non costruiscono strutture politiche ma follower. Non elaborano programmi ma narrazioni. Non governano problemi. Producono polemiche. Sono, in fondo, due interpreti della stessa commedia politica.
Il laboratorio della rabbia
Quando le istituzioni perdono credibilità e i partiti tradizionali si svuotano, la politica diventa terreno perfetto per chi sa vendere indignazione. È ciò che accade da anni in Sicilia. Il metodo è sempre lo stesso:
• denunciare tutto
• semplificare tutto
• urlare tutto
La complessità sparisce. I problemi diventano slogan. La politica si riduce a una narrazione semplice: il popolo contro il sistema.
Funziona perché intercetta una rabbia reale. Ma la rabbia, da sola, non governa una regione.
Come il sistema intercetta la rabbia
Molti pensano che questi leader rappresentino una rottura con il sistema. In realtà accade spesso qualcosa di più sofisticato. Il sistema politico ha imparato a intercettare la rabbia sociale e trasformarla in consenso. Individua i punti di frustrazione: la disoccupazione, la crisi economica, la sfiducia verso la politica. Poi prende quei sentimenti — i sogni che i siciliani tengono nei cassetti — e li trasforma in narrazione politica. Li amplifica. Li spettacolarizza. Li cavalca. Ma raramente li risolve.
Così nascono leadership costruite sul malcontento che spesso finiscono dentro lo stesso sistema che dichiarano di combattere.
De Luca e La Vardera: la politica come spettacolo
Cateno De Luca ha capito prima di molti altri che la politica siciliana poteva diventare una gigantesca macchina mediatica. Dirette quotidiane. Scene plateali. Polemiche virali. La politica diventa scena permanente.
Ismaele La Vardera, con la sua formazione televisiva, segue una logica simile: scandali, denunce, indignazione. Ma governare una regione non è fare un servizio televisivo. Denunciare è facile. Costruire soluzioni è molto più difficile.
Il dettaglio che fa riflettere
C’è poi un fatto curioso. La politica siciliana vive di scontri feroci. Tutti litigano con tutti. Eppure De Luca e La Vardera non litigano tra loro.
Due protagonisti della stessa scena mediatica. Due interpreti della stessa politica spettacolare. E nessun vero scontro. Strano.
O forse no.
Perché chi occupa lo stesso spazio politico spesso preferisce non disturbare il copione dell’altro. E non mi stupirei affatto — come è già accaduto molte volte nella politica siciliana — se esistesse già un dialogo tra loro o perfino una strategia comune. Per ora è solo una domanda. Il futuro ci dirà se questo interrogativo troverà risposta.
La grande questione dimenticata
Dentro questa politica fatta di polemiche, dirette social e indignazione permanente manca però una questione fondamentale. Una questione che il popolo siciliano avverte come esigenza profonda. Lo Statuto speciale della Sicilia.
Lo Statuto non è un dettaglio giuridico. È il cuore dell’autonomia siciliana. È lo strumento attraverso cui la Sicilia dovrebbe poter governare davvero il proprio sviluppo.
Prevede poteri enormi:
• gestione delle entrate fiscali prodotte nell’isola
• autonomia economica e amministrativa
• capacità reale di programmare lo sviluppo
In teoria uno dei modelli di autonomia più avanzati d’Europa. Eppure, nella politica dello spettacolo, questa questione scompare. Perché non genera viralità. Non crea polemiche. Non produce audience. E soprattutto perché tocca un nodo delicato: il rapporto tra la Sicilia e il potere centrale.
La Sicilia ha bisogno di ben altro
La verità è semplice. La Sicilia non ha bisogno di nuovi capipopolo.
Ha bisogno di:
• attuare davvero lo Statuto speciale
• difendere la propria autonomia
• costruire una classe dirigente seria
• creare sviluppo e lavoro
• fermare la fuga dei giovani
Ha bisogno di meno spettacolo e più governo. Perché la politica non si misura con le visualizzazioni. Si misura con i risultati.




