
Fine dell’incubo per Giorgio Davì, scagionato in via definitiva dalle accuse dell’operazione Anaconda. Ci sono voluti quattro lustri e svariati gradi di giudizio per capire che in messinese “du” non significa “due”. Eppure la perizia fonica che smontava la farsa giaceva placidamente agli atti da decenni.

Albert Einstein spiegò al mondo che il tempo è relativo. Si sbagliava di grosso: il tempo è una condanna assoluta, specialmente se hai la sfortuna di finire nel tritacarne della giustizia italiana. Ci vogliono nove mesi per formare un essere umano, un paio d’anni perché impari a parlare e, a quanto pare, ben ventuno anni interi perché lo Stato riesca a tradurre una parola di due lettere dal dialetto messinese.
La citazione al paradosso calza a pennello per l’odissea di Giorgio Davì, cittadino messinese appena assolto dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria dall’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Era l’ultimo troncone della cosiddetta operazione Anaconda (un nome in codice che, col senno di poi, descrive perfettamente la lentezza rettiliana con cui la nostra magistratura stritola gli indagati).
La prova regina: una sillaba e una perizia ignorata
Il blitz originario risale al 2005. Per oltre due decenni, Davì è rimasto incastrato nell’ingranaggio, incassando persino una condanna in appello a 7 anni (poi annullata con rinvio dalla Cassazione nel 2021). Ma qual era la prova schiacciante, l’inconfutabile pistola fumante che ha giustificato il sequestro di un quarto della vita di un uomo? Un’intercettazione. O meglio, una singola, minuscola parola trascritta male.
Per l’accusa, in quella conversazione, l’espressione «du» stava a significare “due” (soggetti coinvolti). Per chiunque sia nato a sud del Garigliano, e certamente per qualsiasi messinese normodotato, “du” è semplicemente l’articolo o pronome “quello” (“quello lì”).
A questo punto il solone del diritto ministeriale risponderà che i magistrati non sono glottologi e che servono i vari gradi di giudizio per accertare i fatti. E quale sistema giudiziario civile tiene sotto processo un uomo per ventun anni quando una perizia fonica – disposta dallo stesso Tribunale di Messina! – aveva già da tempo accertato e interpretato correttamente il contenuto di quel colloquio? Nessuno, a parte il nostro. La perizia c’era, la prova dell’innocenza pure, ma la giustizia ha preferito prendersela comoda, in attesa che l’orologio biologico o la prescrizione facessero il loro corso.
E siccome in Italia un’indagine non si nega a nessuno, nel frattempo che lo Stato impiegava un ventennio a compulsare il vocabolario siciliano-italiano, lo stesso Davì veniva regolarmente trascinato in tribunale e altrettanto regolarmente assolto in una sfilza di altre inchieste antimafia. Eccole, una per una:
- Assolto nel procedimento Arcipelago.
- Assolto nel procedimento Ninetta.
- Assolto nel procedimento Nemesi.
Un vero e proprio abbonamento “all inclusive” al banco degli imputati.
La fine del calvario
Ieri, davanti alla corte reggina, persino il sostituto procuratore generale ha dovuto gettare la spugna e chiedere l’assoluzione per Davì, accusato un tempo dal superpentito Antonino Giuliano di essere l’intermediario del clan Lo Duca. L’avvocato difensore, Tommaso Autru Ryolo, ha espresso la sua ovvia soddisfazione, non potendo però fare a meno di far notare l’elefante nella stanza: la fine della vicenda processuale è giunta quando la verità oggettiva – certificata da un perito – era già a disposizione delle toghe da decenni.
Il signor Davì oggi è un uomo libero e, per la legge, innocente. Ha solo dovuto donare ventun anni di vita, ansie e spese legali sull’altare di una giustizia che non sa distinguere un pronome da un numero. E, siccome la sentenza è stata emessa, il sistema funziona: un’altra gloriosa vittoria dello Stato di diritto.








