
Cinque anni per dirsi “quasi pronti”, 21 milioni di euro a rischio e una città in trincea tra scavi e polvere. Mentre AMAM rassicura sulle scadenze di marzo, tranne il rischio scadenza “più IVA”

Ci sono due certezze granitiche a Messina. La prima è che l’acqua, prima o poi, manca. La seconda è che ogni amministrazione promette di risolvere il problema “una volta per tutte”. E siccome siamo nell’era magica del PNRR, la promessa si è fatta cantierabile, con tanto di data di scadenza stampigliata in rosso sul calendario: 31 marzo 2026. Una data fatidica che, per un sadico scherzo del destino, cade esattamente in piena e infuocata tempesta elettorale, innescata dalle repentine dimissioni del sindaco Federico Basile.
Cinque anni per dirsi “quasi pronti”
La cronaca amministrativa si fa farsa. Ci sono voluti la bellezza di cinque anni di ininterrotta continuità politica – nel disinvolto passaggio di testimone tra Cateno De Luca e lo stesso Basile – per arrivare, alla vigilia del voto e del gong europeo, a potersi definire a malapena “quasi pronti”. Un intero lustro di annunci, narrazioni salvifiche e dirette social sul “miracolo idrico”, per ritrovarsi oggi con una città che somiglia a un percorso di guerra. Invece della moderna metropoli efficientata, i messinesi (e gli elettori) si destreggiano tra marciapiedi sventrati e cantieri lumaca, rincorrendo il cronometro.
Il miraggio del 31 marzo e i marciapiedi di trincea
Sul piatto ballano circa 21 milioni di euro di fondi europei. L’obiettivo tecnico sulla carta è ineccepibile: rifare la rete terziaria, distrettualizzare le sotto-zone e tappare i colabrodo sotterranei. Ma la realtà che calpestano i cittadini ogni giorno racconta un’altra storia.
Tra via XXVII Luglio e via Risorgimento va in scena il dramma quotidiano dei commercianti, intrappolati tra transenne perenni, polvere e scavi che procedono con la flemma di chi sa che le scadenze sono concetti astratti. I vertici di AMAM ostentano il solito ottimismo di facciata, rassicurando che tutto sarà chiuso entro fine marzo. La maschera, però, è caduta quando dagli stessi ambienti politici locali è sfuggita la battuta definitiva, il vero epitaffio della programmazione: alle date stimate di consegna di AMAM “bisogna aggiungere l’Iva al 22%”.
Un capolavoro di cinico pragmatismo. Un modo elegante per confessare che lo slittamento dei tempi ad aprile è già stato messo a bilancio, trasformando il ritardo da patologia amministrativa a pura fisiologia contabile. E tutto questo proprio mentre si batte il territorio a caccia di voti.
Montesanto 1: l’incompiuta a un passo dal traguardo
Nel frattempo, si gioca la partita del serbatoio Montesanto 1. Un progetto resuscitato nel 2021 (con lungimiranza allora di De Luca da un progetto del 2016 ed inserito nel Masterplan della Città Metropolitana, finanziato in parte con il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2014-2020 oltre il Committente, progetto del 2018 della RTP Engeo Associati – Engineering e Geology e con parere del gennaio 2019 per il quale cessione da parte della Regione si battè la oggi senatrice Dafne Musolino) dopo decenni di letargo e oggi giunto – stando alle carte – al 90% dell’avanzamento. Sulla carta è l’opera che ci salverà: 5.000 metri cubi di riserva, pannelli fotovoltaici per abbattere la bolletta pubblica, e un sistema intelligente capace di pescare acqua da Fiumefreddo, Alcantara e Santissima. Le camere di manovra sono posate e si fanno le prove di riempimento.
Eppure, l’ombra del paradosso si allunga inesorabile. Avere un serbatoio hi-tech pieno d’acqua serve a poco se la rete a valle non è in grado di distribuirla tempestivamente a causa dei cantieri ancora aperti. Per non parlare dei 17 milioni di euro previsti dal Piano d’Ambito per collegare Montesanto 1 a Torre Faro: un altro cantiere, un’altra corsa.
Sul filo di lana (sempre che ci si arrivi)
Il rischio di arrivare sul filo di lana, o peggio, di inciampare perdendo i finanziamenti, è reale. Si scava e si chiude in fretta e furia per presentare i “sal” (Stati Avanzamento Lavori), sperando che i collaudi tecnici non svelino le magagne dettate dall’ansia di prestazione.
In questa folle volata elettorale, in cui i nastri da tagliare valgono la riconferma a Palazzo Zanca, arrivare lunghi è un lusso fatale. Se si fa in tempo, a fine marzo assisteremo alla solita parata di sorrisi ed alla strumentalizzazione elettorale (e ci mancherebbe pure). Se non si fa in tempo, la scusa è già pronta tra i marciapiedi rotti di via Risorgimento: colpa degli imprevisti tecnici e, naturalmente, di quel 22% di “Iva sui tempi” che in Europa non avevano saputo calcolare.








