Dimissioni a orologeria e candidature a perdere pur di non disturbare i manovratori. Il j’accuse di Angelo Giorgianni contro il duopolio che tiene in ostaggio Messina, in attesa del risveglio di una città arrivata all’esasperazione.

Angelo Giorgianni pubblica un altro post al vetriolo e scatta una fotografia impietosa del “sistema Messina”. Un vero e proprio atto d’accusa che prende di mira i due, secondo lui “finti nemici” che si spartiscono la città, smontando pezzo per pezzo la narrazione di un potere che si finge nuovo solo per conservare se stesso.
“Messina non è una città che si lascia incantare”, esordisce Giorgianni, ricordando a chi soffre di amnesia selettiva che i messinesi hanno “attraversato abbastanza stagioni politiche per riconoscere quando un potere cambia pelle senza cambiare natura”. È già successo con Provvidenti e con Accorinti, quando la città “si liberò di un sistema consociativo e clientelare”. Ma, avverte l’autore del post, i sistemi italiani “non muoiono: cambiano pelle. Si riciclano, si rinnovano nelle forme, mai nella sostanza”.
L’emblema di questa gattopardesca conservazione ha un nome preciso: “L’ascesa di Federico Basile doveva essere la rottura col passato, e invece è diventata un prolungamento della strategia di Cateno De Luca”. Il capolavoro del cinismo politico, secondo Giorgianni, si consuma con le recenti dimissioni, rassegnate “nonostante una città ancora martoriata dal ciclone Harry”. Nessun senso di responsabilità istituzionale, ma solo “un calcolo utilitaristico di De Luca, calibrato sulle scadenze elettorali”. Il risultato? Una Messina trasformata in “ostaggio del cronometro personale di chi l’aveva usata come trampolino”.
Il duopolio e la finta opposizione
Ma il j’accuse di Giorgianni non fa sconti all’altra sponda del presunto scontro politico. “Sul fronte opposto c’è Francantonio Genovese, l’altra metà del duopolio”, scrive, puntando il dito contro chi finge stupore e “ignora la geografia reale del potere cittadino”.
È in questo teatrino consociativo che spunta dal cilindro Marcello Scurria. Una candidatura che, sottolinea Giorgianni, “non nasce nel centrodestra, e nessuno a Messina lo ha mai creduto”. La sua biografia politica è lì a dimostrarlo: “PCI, Democratici di Sinistra, segreteria cittadina”. A chi avesse ancora dubbi, Giorgianni ricorda le inequivocabili parole pronunciate dallo stesso Scurria il 16 febbraio 2025: “Sono un uomo di sinistra”. A completare il quadro delle convergenze parallele, si aggiunge un “rapporto professionale, maturato negli anni, con Luigi Genovese”.
La candidatura a perdere e l’avviso di sfratto
La conclusione logica, leggendo le parole di Giorgianni, è che si tratti di un pacco confezionato su misura. “Una candidatura che potrebbe non essere stata costruita per vincere Messina, ma – viene spontaneo chiederselo – per non intralciare le ambizioni di De Luca”. Un’operazione calata dall’alto che “finisce così per favorire entrambi i Signori del potere”, lasciando l’elettorato di centrodestra disorientato, umiliato e spinto verso l’astensione.
Ma i burattinai di palazzo stanno facendo i conti senza l’oste. “Resta la città reale”, avverte Giorgianni, quella “che non frequenta i corridoi del potere, quella che non si riconosce nei candidati per usura o per accordo”. Per scardinare il sistema, suggerisce, serve una figura dotata di tre caratteristiche letali per l’establishment: “unità, competenza, indipendenza”. Una candidatura “capace di dire no a tutti”.
La chiusa del post è un avviso di sfratto che non ammette repliche. “Messina non minaccia: decide”, scandisce Giorgianni. E nelle piazze, nei bar, nei quartieri, la sentenza è già stata emessa con due sole parole: “ORA BASTA”. Un segnale inequivocabile, conclude il post, perché “quando la città lo pronuncia, la stagione è già cambiata”.








