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Il buio oltre la sala operatoria: il caso del trapianto negato al Monaldi

- 18/02/2026
trapianto di cuore

Il team di esperti frena sul secondo intervento: «Possibilità di riuscita minime». Gli ispettori del ministero acquisiscono le carte sul trasporto fatale da Bolzano: sei indagati per l’uso di contenitori inadatti. La famiglia: «Abbiamo scoperto il danno dai giornali»

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NAPOLI – La speranza ha il peso specifico del piombo. Al sesto piano del Monaldi, dove il silenzio della terapia intensiva è rotto solo dal sibilo ritmico dell’ECMO, la finestra sul futuro di un bambino di due anni e mezzo si è chiusa — forse definitivamente — con il gelo di un parere tecnico. Il gruppo di esperti riunito nella struttura sanitaria partenopea ha fornito parere negativo sull’ipotesi di tentare un secondo trapianto. Troppo alto il rischio, troppo fragile quel corpicino che da oltre un mese lotta tra la vita e la morte, vittima di un errore che ha del grottesco: un cuore donato, arrivato e poi “bruciato” da una catena di inefficienze logistiche.

Secondo quanto riferito dall’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, le possibilità di riuscita di un nuovo intervento erano stimate appena al 10%. E questo già da ieri sera, quando per un attimo si era accesa una luce: sembrava esserci un organo disponibile, compatibile. Il bimbo, primo nella lista per il suo gruppo sanguigno, avrebbe potuto avere una seconda chance. Ma qui la cronaca medica cede il passo al paradosso giudiziario: l’unico chirurgo disposto a rientrare in sala operatoria sarebbe lo stesso medico che aveva effettuato il primo intervento, quello finito nel registro degli indagati. «La mamma su questa scelta è d’accordo», ha spiegato il legale, tratteggiando il ritratto di una disperazione che si aggrappa a tutto. Ma il “no” degli altri chirurghi, il parere negativo degli esperti e quella “second opinion” richiesta al Bambino Gesù di Roma — che ha escluso la possibilità di un nuovo impianto — sembrano scrivere la parola fine.

La catena degli errori

Per capire il presente bisogna riavvolgere il nastro al 23 dicembre. Un volo da Bolzano a Napoli, un cuore prelevato da un donatore di 4 anni annegato, la corsa verso il Monaldi. Poi, il silenzio. L’organo non riparte. Si parla di un problema tecnico, di un cuore “bruciato”. Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli, stanno scoperchiando un vaso di Pandora fatto di improvvisazione e strumenti inadeguati. Il cuore, emerge dagli atti, non avrebbe viaggiato nei moderni box tecnologici a temperatura controllata di cui il Monaldi dispone, ma in un contenitore di vecchio tipo. Peggio: secondo le ricostruzioni, l’équipe partita da Napoli per Bolzano non aveva l’attrezzatura completa. Il San Maurizio di Bolzano, che non effettua trapianti di organi solidi, avrebbe fornito un contenitore di plastica comunemente usato per i reperti istologici. Ghiaccio secco, box inadatti, personale forse non formato all’uso delle nuove tecnologie: è in questo triangolo delle Bermuda della logistica sanitaria che si è persa la vita di un organo e, forse, il futuro di un bambino.

L’inchiesta e gli ispettori

Mentre i medici combattono in corsia, la macchina della giustizia e quella amministrativa si muovono. Sono sei gli iscritti nel registro degli indagati: chirurghi, medici, paramedici. Atti e cartelle cliniche sono stati sequestrati, così come quel box frigo, testimone muto del disastro. All’ospedale sono arrivati gli ispettori del Ministero della Salute, inviati dal ministro Orazio Schillaci. Acquisiranno documenti a Napoli per poi volare a Bolzano. «Quanto accaduto è inaccettabile», ha tuonato Schillaci, parlando di un episodio «particolarmente grave» che riaccende il faro sulla sicurezza delle cure. Anche la Regione Campania ha attivato i suoi poteri ispettivi. Ma è il fattore umano a ferire di più: alla madre del piccolo non è stato detto subito perché quel cuore non batteva. Ha scoperto del “danneggiamento” leggendo i giornali. Una mancanza di trasparenza che aggiunge dolore al dolore.

Il dramma nel dramma

C’è poi la vicenda umana dei medici. Giuseppe Limongelli, primario del follow-up post-trapianto, si è autosospeso. Una scelta di dignità, come lui stesso lascia intendere, pur non spiegandone i dettagli tecnici. «È un bambino che abbiamo cresciuto», ha detto, «c’è già una tragedia nella tragedia». Al momento tre medici sono sospesi, inclusa la direttrice della Cardiochirurgia, estranea ai fatti ma coinvolta dallo stop forzato delle attività. Un blocco che rischia di configurare un’interruzione di pubblico servizio, un altro nodo che la Procura dovrà sciogliere.

I numeri di un miracolo mancato

I trapianti pediatrici sono una rarità preziosa. Nel 2024 in Italia ne sono stati fatti solo 32 di cuore. Attualmente, 48 bambini aspettano un organo che potrebbe non arrivare mai. Il piccolo del Monaldi è tenuto in vita dalle macchine, in una stasi che logora. La madre lunedì tornerà in ospedale, cercherà risposte che diventano sempre più sfuggenti. Il ministro Schillaci ricorda che «il rischio zero non esiste», ma tra l’imponderabile clinico e l’errore logistico passa la stessa differenza che c’è tra una fatalità e una colpa. E mentre la burocrazia analizza protocolli e competenze territoriali, in un letto di terapia intensiva il tempo scorre diversamente, scandito non dai timbri dei verbali, ma dai battiti di un cuore meccanico che non può sostituire la vita per sempre.

cuore bruciato dal freddo