
Il Presidente del Consiglio inventa il paradosso dell’astensione: approvare gli atti non basta, serviva l’applauso. La difesa d’ufficio che svela il bluff delle dimissioni: non fuga dall’ingovernabilità, ma capriccio per il mancato plebiscito.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Sublime, e al tempo stesso profondamente grottesca: è l’ultima nota diramata dal Presidente del Consiglio Comunale di Messina, Nello Pergolizzi. Leggendo il suo j’accuse contro l’opposizione, si ha la netta sensazione di assistere a una difesa d’ufficio che non solo rasenta il sofismo, ma scivola pericolosamente nel teatro dell’assurdo.
Il teorema di Pergolizzi è affascinante: l’opposizione è colpevole. Di cosa? Di aver bloccato la città? No. Di aver bocciato delibere vitali? Nemmeno. È colpevole di essersi astenuta, permettendo così – orrore! – che gli atti dell’amministrazione venissero approvati. Pergolizzi tuona: “L’astensione non è coraggio. È comodità“. Ci spiega che tecnicamente le delibere passano, ma “non perché realmente condivise”. Un cortocircuito logico che svela il bluff delle dimissioni del sindaco Basile.
Se l’amministrazione si lamenta di un’opposizione che, pur tra mille distinguo e astensioni tattiche, alla fine approva tutto ciò che viene proposto, siamo di fronte a un unicum nella storia della politica repubblicana. Solitamente, un sindaco si strappa le vesti quando l’aula gli vota contro, quando i numeri mancano, quando la palude burocratica inghiotte i progetti. Qui no. A Messina va in scena il dramma del “troppo successo”.
Questa lamentela conferisce un peso specifico di piombo all’inconsistenza delle motivazioni che hanno spinto Federico Basile a dimettersi. Risuona ancora nelle orecchie quella sua frase pseudo-drammatica pronunciata in conferenza stampa: “Ho sopportato di tutto”. Ma di grazia, cosa ha sopportato? Ha sopportato il fardello di vedere le proprie delibere approvate? Ha sopportato l’onta di non essere ostacolato? O pesavano al “dinamico” sindaco “le attese” perché venissero approvate? È un concetto inaudito. Non esiste amministrazione al mondo che si dimetta perché l’opposizione non è abbastanza feroce o perché usa l’astensione (strumento democratico legittimo) per far passare gli atti senza intestarseli. La verità è che questa opposizione, oltre che votare tutto, Basile avrebbe voluto fosse anche “più veloce”. Inaudito.
Pergolizzi si chiede, con retorica vibrante: “Se quelle delibere erano davvero così discutibili, perché consentirne comunque l’approvazione?”. La domanda andrebbe ribaltata al mittente: se le delibere sono passate, di cosa vi lamentate? Cosa volevano Pergolizzi e Basile? La verità, quella cruda che emerge tra le righe di questo comunicato, è che non cercavano un Consiglio Comunale: cercavano una claque. Non volevano la dialettica democratica, volevano l’entusiasmo incondizionato. Il fastidio di Pergolizzi verso chi “non si espone” votando a favore tradisce un retropensiero inquietante: il sogno di un’aula monocolore, un plebiscito continuo di memoria simil-ventennio, dove l’unica mano alzata è quella tesa nel saluto al capo.
Se vi siete dimessi perché aspiravate non ai numeri per governare (che avevate), ma all’allineamento totale e devoto dell’opposizione, allora il vostro problema non è politico, ma cognitivo. Quel sogno di unanimità forzata non ha nulla a che fare con il normale esercizio democratico. Somiglia molto, ma molto di più, a un incubo autoritario dal quale, per fortuna, Messina si è appena svegliata.










