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Febbraio

Custodi del fango. A Zafferia le case ancora galleggiano, i residenti affogano nella muffa e lo Stato fa spallucce

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Torniamo a Zafferia, complesso “Eucalipso”, dove la realtà supera la più nera delle fantasie kafkiane. Qui non ci sono inquilini, ci sono “custodi”. Decine di famiglie senza contratto, nominate custodi di immobili che dovrebbero essere sigillati, dichiarati inagibili e rasi al suolo ieri l’altro. Invece sono lì, custodi del nulla, o meglio, custodi della muffa.

Siamo tornati sul luogo del misfatto nel 2023, e la situazione, oggi è, se possibile, peggiorata. Le fondamenta di queste palazzine Iacp non poggiano sulla terra, ma galleggiano letteralmente su una falda acquifera. Gli scantinati sono piscine olimpioniche di acqua putrida, vasche che non dovrebbero esistere ma che alimentano un ciclo dell’orrore: l’umidità risale, perniciosa, impregnando muri, vestiti e polmoni.

È un veleno lento che si mangia gli anziani e i bambini, regalando patologie respiratorie che nessuno sa se siano nate lì, ma che lì sicuramente trovano l’habitat perfetto per uccidere. E mentre l’acqua sale, le carte restano ferme. Da vent’anni.

La processione è sempre la stessa: arrivano i tecnici dell’Iacp, fanno il sopralluogo, scuotono la testa e se ne vanno. Arrivano i giornalisti – da Rai3 alle testate locali, noi compresi – accendono le telecamere e se ne vanno. I residenti ci guardano e chiedono: “È l’ennesima presa in giro?”. Sì, signora, lo è. Perché nel frattempo l’Università aveva pure trovato la soluzione tecnica (drenaggi, lavori seri), ma siccome bisognava passare per un terreno privato a monte e il proprietario ha detto “no”, la macchina amministrativa si è inceppata. Il diritto alla salute di 45 famiglie si è schiantato contro un cancello chiuso. Niente carotaggi, niente fondi regionali, niente di niente.

La rassegnazione, però, sta finendo. Una signora di 76 anni, piegata dall’aria insalubre, ha lanciato l’ultimatum che nessun prefetto vorrebbe sentire: “Sono pronta a portare gli insetti che raccolgo, gli abiti e le coperte intrise di muffa e a scaricare tutto sulla scrivania dei dirigenti Iacp. Non abbiamo più niente da perdere”. Immaginate la scena: la scrivania del burocrate invasa dalla puzza di fogna che questi cittadini respirano h24.

La richiesta è banale nella sua drammaticità: se non sapete prosciugare la palude, buttate giù tutto. Ma fatelo prima che i soffitti crollino in testa a chi ci dorme sotto. Il presidente dell’Iacp, Giuseppe Picciolo, ha scritto a Prefetto e Sindaci per mettere le mani avanti, evocando il rischio di una “nuova Niscemi” ed evitare “lacrime di coccodrillo”. Giusto. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. O, in questo caso, l’acquitrino di Zafferia.

Servono soluzioni abitative vere, degne di questo nome, e servono subito. Non “custodie” di ruderi pericolanti. Perché far vivere la gente in queste condizioni non è disservizio pubblico: è tortura di Stato. E aspettare che ci scappi il morto per muovere un dito è l’unica tradizione che in questo Paese non passa mai di moda.

case zafferia
case zafferia