

Non è solo spaccio. Quello che emerge dalle carte dell’inchiesta sul gruppo guidato da Antonino Guerrini al villaggio Cep di Messina è la fotografia nitida di una “holding” criminale che ha saturato il territorio. Un’organizzazione capace di ostentare ricchezza con sfrontatezza cinematografica e, al contempo, di arruolare minorenni come manovalanza a basso costo. La gravità del quadro indiziario non risiede solo nei chilogrammi di cocaina o marijuana sequestrati, ma nella pervasività sociale del metodo mafioso applicato al narcotraffico.
L’ostentazione del potere: il “modello Gomorra”

Il punto di non ritorno, quello che segna il controllo psicologico sul quartiere, è datato 30 settembre 2022. Per il diciottesimo compleanno delle figlie gemelle, il boss non bada a spese: una Maserati Limousine di dieci metri, una Porsche 718 Cayman, un corteo che attraversa via Rosario Livatino tra fuochi d’artificio e distribuzione di dolci ai residenti. Non è una festa, è una dichiarazione di sovranità. Il Giudice per le Indagini Preliminari lo sottolinea con nettezza: è un modo per manifestare “potere e influenza agli occhi degli abitanti”. Una ricchezza che stride con il contesto popolare del rione e che trova la sua unica fonte nei proventi illeciti.
La “Sala Biliardi” come quartier generale
Il cuore pulsante del traffico è la sala biliardi gestita formalmente dal figlio, ma di fatto base operativa di Antonino “Tonino” Guerrini. Qui non si gioca solo a stecca: si pianificano viaggi di approvvigionamento a Napoli e Roma (prenotati all’ultimo minuto con contanti, sintomo di ampia liquidità), si incontrano i fornitori e si smista la merce. La gravità operativa è data dall’organizzazione paramilitare: bonifiche ambientali, uso di app di messaggistica criptata, cambi repentini di auto e persino l’uso di monopattini per muoversi agilmente tra i vicoli.
Il “Bunker”: Guerrini aveva approntato un rifugio all’interno della propria abitazione per gestire un’eventuale latitanza senza lasciare il territorio, segno di una volontà di radicamento assoluto.
L’uso dei minori e la “zona grigia”
L’aspetto più allarmante per il tessuto sociale messinese è il coinvolgimento delle nuove generazioni. L’inchiesta documenta episodi in cui la droga passa dalle mani di spacciatori esperti a quelle di ragazzini, come nel caso della cessione ad un minore. I giovani vengono usati perché insospettabili, “facce pulite” da sacrificare sull’altare del profitto, istruiti a nascondere le dosi negli slip o nei pacchetti di sigarette. È la scuola del crimine che recluta direttamente in strada.
Le saldature con la criminalità storica
Il gruppo Guerrini non opera nel vuoto. Le carte dell’inchiesta svelano collegamenti operativi con nomi pesanti della geografia criminale locale, come i Santoro, i Longo e i Paone, fino ai contatti con il clan Ferrara. C’è un passaggio inquietante nelle intercettazioni: i vecchi boss che, guardando al presente, progettano di riorganizzare il clan e di “farsi sentire” dalle nuove leve, evocando persino l’uso delle armi. Questo indica che il mercato della droga a Messina non è fluido o anarchico, ma rigidamente strutturato e pronto a difendere le piazze di spaccio con la violenza.
Il carcere non basta
L’ultimo elemento che certifica la pericolosità del sodalizio è la sua impermeabilità alla detenzione. Anche da dietro le sbarre, grazie a micro-telefoni introdotti illegalmente, Guerrini continuava a dare ordini, a gestire i crediti e a coordinare lo smercio affidato alla moglie e ai fedelissimi. Una capacità di resilienza che dimostra come l’organizzazione sia progettata per sopravvivere ai colpi della giustizia, rigenerandosi immediatamente.










