
Il rapporto della Ragioneria Generale dello Stato fotografa un sistema sotto pressione: conti in rosso in 16 Regioni e deficit record. La Sicilia si salva solo grazie a manovre straordinarie, ma crollano i servizi sul territorio.

La sanità italiana costa sempre di più, ma la stabilità del sistema non è mai stata così precaria. È la fotografia a tinte fosche che emerge dall’ultimo rapporto della Ragioneria Generale dello Stato. I numeri del 2024 descrivono una tempesta perfetta: da un lato la spesa pubblica che tocca la cifra monstre di 139,4 miliardi di euro (un balzo del 4,9% rispetto all’anno precedente), dall’altro le famiglie costrette a mettere mano al portafoglio come mai prima d’ora. La spesa out of pocket, quella pagata direttamente dai cittadini, ha raggiunto il record di 46,4 miliardi, segnando un incremento del 7,7%.
In totale, la macchina della salute assorbe ormai quasi 186 miliardi di euro. Ma dove finiscono questi soldi? A trainare i rincari sono soprattutto la farmaceutica diretta (+11,8%), i beni e servizi (+9,3%) e il personale (+4,6%). Un’impennata dei costi che ha mandato in tilt i bilanci locali: il disavanzo delle Regioni ha sfondato quota 2,5 miliardi, il dato più alto dell’ultimo decennio. Ben 16 Regioni hanno chiuso i conti in rosso, dovendo attingere a risorse proprie per evitare il crac.
Il caso Sicilia: conti in bilico e servizi in affanno
In questo scenario nazionale critico, la Sicilia rappresenta un caso emblematico di “fragilità stabilizzata”. La spesa sanitaria regionale è salita a 10,7 miliardi (+500 milioni sul 2023), ma la tenuta contabile è appesa a un filo. Sebbene il bilancio 2024 registri un lievissimo avanzo di 2,4 milioni di euro, ribaltando il disavanzo registrato fino al quarto trimestre, il risultato non deve ingannare.
Nella riunione congiunta dello scorso aprile 2025, il Governo ha espresso un giudizio non positivo sulla gestione siciliana. Il motivo è tecnico ma sostanziale: il pareggio è stato raggiunto solo grazie a manovre di gestione straordinaria per 336 milioni, inclusi i fondi Arpa sbloccati dalla Consulta. I tecnici ministeriali sono stati chiari: stop alla finanza creativa e alle entrate una tantum. Serve una gestione strutturale solida e l’approvazione celere dei bilanci mancanti.
Bocciati prevenzione e territorio
Se i conti preoccupano, la qualità dei servizi offerti ai cittadini allarma ancora di più. Sul fronte dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), la Sicilia incassa la sufficienza solo nell’assistenza ospedaliera. Il resto è un bollettino di guerra: bocciate l’Area della Prevenzione e quella Distrettuale, con quest’ultima addirittura in peggioramento.
Le criticità sono concrete e toccano la vita quotidiana dei pazienti: ritardi pesanti negli screening oncologici (mammografie e colon-retto), coperture vaccinali insufficienti per bambini e anziani, e una riorganizzazione della rete di emergenza e dei punti nascita che resta al palo. A pesare è l’assenza di programmazione: il mancato via libera al Piano operativo 2025-2027 blocca di fatto la certificazione degli obiettivi, lasciando il sistema in un limbo pericoloso.
Il privato che avanza
Mentre il pubblico affanna, il privato dilaga. L’analisi della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie nel 2024 conferma una tendenza ormai strutturale: quasi la metà degli esborsi privati (il 47,5%) serve per pagare visite specialistiche e interventi. In questo ambito, la voce più pesante resta quella dei medici odontoiatri, che da soli assorbono oltre il 27% della spesa privata.
Il trend decennale parla chiaro: dal 2015 al 2024 la spesa sanitaria pubblica è cresciuta mediamente del 2,6% l’anno, con l’accelerazione brutale del biennio Covid. Ma l’aumento delle risorse non sembra più sufficiente a garantire la tenuta di un sistema universalistico che, tra disavanzi regionali e fughe verso il privato, rischia di cambiare pelle senza nemmeno accorgersene.










