
La titolare del Turismo in aula per la presunta corruzione legata all’impiego del parente. Da Roma l’altolà dei meloniani al governatore sulle nuove nomine: «Chi va a processo deve dimettersi». Si studia l’incastro con il Senato per l’avvicendamento

PALERMO — È arrivata al Palazzo di Giustizia accompagnata dai suoi legali, per affrontare quello che potrebbe essere lo snodo cruciale non solo della sua vicenda personale, ma degli equilibri dell’intera giunta regionale. Elvira Amata, assessora al Turismo, si è presentata davanti al Gup Walter Turturici per la prima udienza preliminare dell’inchiesta che la vede indagata per corruzione. Ma mentre nell’aula il calendario viene aggiornato al prossimo 2 marzo, a pochi chilometri di distanza, nei corridoi della politica, le lancette si fermano.
Il fascicolo della Dda, inizialmente vasto, si è concentrato su un episodio specifico. Secondo l’accusa, Amata avrebbe «sponsorizzato» un finanziamento regionale da 30 mila euro per l’evento «Donne, economia e potere» (dicembre 2023), promosso dalla Fondazione Marisa Bellisario. A gestire l’iniziativa era Marcella Cannariato, moglie del patron di Sicily By Car Tommaso Dragotto. Il presunto do ut des? L’assunzione del nipote dell’assessora, Tommaso Paolucci, nella società A&C Broker srl (di cui Cannariato era legale rappresentante) e il pagamento di un alloggio presso il Leone Suite B&B per un valore di 4.590,90 euro. L’assessora, interrogata, ha sempre respinto l’ipotesi corruttiva, parlando di un aiuto umano al nipote colpito da un grave lutto. Se Cannariato ha scelto la via del rito abbreviato, Amata ha optato per il rito ordinario. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio.
L’udienza palermitana ha innescato un effetto domino su Palazzo d’Orléans. Il governatore Renato Schifani, che da ragazzo veniva chiamato dagli amici «freno a mano» per la sua prudenza, questa volta si trova a dover frenare non per sua scelta, ma su input degli alleati. Il rimpasto di giunta, che sembrava imminente per coprire le caselle degli ex assessori cuffariani, è congelato. L’altolà arriva direttamente da Via della Scrofa: «Sulla Sicilia bisogna aspettare». I vertici di Fratelli d’Italia, con il commissario regionale Luca Sbardella a fare da ambasciatore, hanno imposto una linea rigorista ispirata da Giorgia Meloni: sulla questione morale non si fanno sconti.
La regola non scritta ma ferrea è semplice: chi viene rinviato a giudizio deve fare un passo indietro. FdI vuole evitare qualsiasi ombra, specialmente con il referendum sulla Giustizia alle porte. Se per Amata dovesse scattare il processo, il partito ha già pronto un sofisticato incastro istituzionale. Al posto dell’attuale titolare del Turismo entrerebbe in giunta la senatrice Ella Bucalo. Le dimissioni di quest’ultima da Palazzo Madama aprirebbero le porte del Senato al primo dei non eletti: Francesco Scarpinato, attuale assessore della giunta Schifani, che si trasferirebbe volentieri a Roma.
Ma la scure della «questione morale» potrebbe non fermarsi all’assessorato al Turismo. Anche il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, deve rispondere di un’ipotesi di peculato (circa cinquemila euro). Sebbene Ignazio La Russa predichi ottimismo parlando di una «sciocchezza», se la situazione giudiziaria dovesse complicarsi, anche per la seconda carica della Regione si aprirebbe l’ipotesi del passo indietro. In quel caso, Giorgio Assenza sarebbe pronto a lasciare il ruolo di capogruppo per salire sullo scranno più alto di Sala d’Ercole o entrare in giunta. Tutto è rinviato, dunque. Almeno fino a fine mese o ai primi di febbraio. Schifani aspetta, i giudici lavorano, e la politica siciliana resta col fiato sospeso.











