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Basile verso le dimissioni? Il Sindaco a “telecomando” ed il rischio del taglio del filo.

- 13/01/2026
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Messina che non si indigna, ostaggio dei “rumors”. Il rischio dei pupi che non hanno il coraggio di tagliare i fili…

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A Messina va in scena un genere teatrale non più inedito, una sorta di farsa pirandelliana corretta con il manuale del perfetto stratega di provincia. Il copione è avvincente, se non fosse che gli spettatori paganti sono i cittadini: c’è una città “in ostaggio” non di un’emergenza, ma dei rumors. Si sussurra, si smentisce a mezza bocca, si ammicca. Il sindaco Federico Basile pare sia in procinto di rassegnare le dimissioni? O forse no. Lui dice “vediamo a febbraio”, prende tempo, nicchia. Il suo dante causa, Cateno De Luca, sorride, invece, sornione e assicura che “Basile non è in campagna elettorale“. E ci mancherebbe altro: Basile è sindaco, o almeno così c’è scritto sulla porta dell’ufficio.

Ma la domanda, che sorge spontanea a chiunque non abbia il cervello all’ammasso, è una sola: perché? Per quale insondabile motivo un sindaco nel pieno delle sue funzioni, dopo averci inondato (assordato) per mesi con una raffica di conferenze stampa in cui la sua Giunta si è auto-attribuita miracoli che manco a Lourdes (sfiorando perfino i confini della decenza comunicazionale e valicando quelli del ridicolo politico), dovrebbe dimettersi?

Lo farebbe per “il bene della città”? Per il famoso “bene superiore”? E in cosa consisterebbe questo bene? Perché “ama Messina”? E la ama lasciando la città, per la seconda volta in quattro anni dopo De Luca, nelle mani di un commissario prefettizio? O forse, bloccando l’amministrazione ordinaria, per permettere al Deus ex machina (che nel 2022 se ne andò sbattendo la porta per inseguire sogni regionali poi infranti), di ridisegnare la scacchiera politica a suo piacimento ed a sua convenienza? Quanto “amore per la città” intravedete in questa decisione?

Basile, forse, è convinto che il “suicidio politico assistito” della sua consiliatura sia il preludio a una gloriosa ricandidatura, ovviamente vidimata dal Capo. Beata ingenuità. Chi vive di tatticismi estremi come De Luca non ha amici, ha solo strumenti. E Basile rischia di scoprire, troppo tardi, di poter essere un vuoto a perdere.

Nel frattempo, mentre nei palazzi si gioca a Risiko, fuori c’è la realtà. Una città stanca di decisioni calate dall’alto come fossero tavole della legge. Una città stordita da “feste e festini”, concerti e cotillon, pagati con denari che sarebbero stati più utili a commercianti e imprese che boccheggiano, o per tappare le buche, o per evitare che la viabilità collassi sotto il peso di quei “parcheggi di interscambio” disegnati da un urbanista dadaista nei luoghi più improbabili del tessuto urbano.

La verità, nuda e cruda, è che De Luca ha bisogno di Messina come dell’aria, essendo l’unica roccaforte rimastagli dopo aver dilapidato il tesoretto di voti del 2022. Spingere Basile sull’orlo del burrone è l’ultima carta per la sua sopravvivenza politica, non certo per l’amore di una città che viene trattata come un bancomat elettorale. Come quello spesso additato da De Luca come “il peggiore dei mali”.

E i messinesi? Osservano, un po’ smemorati e un po’ rassegnati. Si accodano, dimenticano i torti, applaudono lo spettacolo. Ma attenzione: sono una “razza strana”. Dormono sonni profondi, ma se qualcuno tocca il loro squallido orticello personale, sono capaci di svegliarsi di colpo. E a quel punto, non ci sarà strategia o sorriso sornione che tenga. Basile si chiederà se ne valeva la pena. E De Luca? Forse, scoprirà che i pupi, a volte, tagliano i fili?

de luca basile 1
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