
La memoria corta dei nuovi paladini: mentre si alzano i toni contro il Comune, rimosso dal dibattito l’atto ispettivo di Musolino che già a novembre inchiodava il Ministero sui ritardi e sulle sedi alternative ignorate

MESSINA – Una piazza che chiede risposte e un palazzo che tace. È la fotografia scattata da Alessandro Russo, consigliere comunale e coordinatore del Partito Democratico, all’indomani della manifestazione a difesa dell’Archivio di Stato. Mentre il comitato civico alza la voce per evitare il trasferimento del patrimonio documentale a Catania, l’assenza dell’amministrazione Basile e della deputazione cittadina viene definita «assordante e desolante». Eppure, nel rimpallo di responsabilità tra Enti locali e Ministero, c’è un atto formale che sembra scivolato nell’oblio del dibattito cittadino, ma che resta pendente e decisivo sui tavoli romani.
Il nodo politico e l’atto dimenticato
Se da un lato Russo punta l’indice contro l’immobilismo di Palazzo Zanca, accusando la Giunta di nascondersi dietro un «balletto delle competenze», va sottolineato con fermezza un dato che molti attori della vicenda sembrano dimenticare. Sulla scrivania del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, giace un’interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice di Italia Viva, Dafne Musolino.
Non si tratta di un atto generico, ma di un documento preciso, pubblicato il 26 novembre 2025 nella seduta n. 365. In quell’atto di sindacato ispettivo (n. 4-02549), la senatrice messinese ha cristallizzato le responsabilità e chiesto conto dei ritardi ben prima che la protesta tornasse in piazza.
L’interrogazione, presentata alla fine dello scorso novembre, mette nero su bianco una cronologia impietosa: dal canone di locazione ridotto per legge nel 2012 che ha inasprito i rapporti con la proprietà , fino alla disdetta del contratto comunicata dal Ministero già nel 2020 con decorrenza gennaio 2022.
Musolino incalza il Ministro Giuli su punti che oggi, gennaio 2026, restano drammaticamente attuali e senza risposta pubblica:
- A che punto sono le trattative reali per l’acquisto o l’affitto dell’istituto “Don Bosco”?
- Perché, nonostante la disdetta fosse nota dal 2020, non è stata avviata per tempo una pianificazione alternativa per evitare l’emergenza?
- Sono state valutate seriamente le alternative cittadine come gli immobili ex Poste-Ferrovie di via Torino o l’ex ospedale Margherita?
Tornando allo scenario locale, la nota del PD non fa sconti. Russo evidenzia una contraddizione stridente nella gestione delle risorse pubbliche: «In un momento in cui la Città Metropolitana e il Comune acquistano immobili per milioni di euro, tra ex sede INPS e palazzi per il PalaGiustizia, è incredibile che non ci si sia attivati per l’Archivio».
Il riferimento agli esempi virtuosi di Matera e Rieti, dove i comuni hanno investito direttamente per salvare i propri presidi culturali, serve a smontare l’alibi della mancanza di competenza. «Non ci si può deresponsabilizzare dinanzi a uno scippo che rischia di divenire definitivo», incalza il consigliere dem, definendo la strategia della Direzione Nazionale degli Archivi un gioco pericoloso: acquistare una sede solo per gli uffici lasciando le carte – la vera anima dell’Archivio – in “esilio”.
La richiesta finale è perentoria: Basile «batta un colpo» e dia seguito all’impegno votato all’unanimità dal consiglio comunale. Ma la partita, è evidente, si gioca su due tavoli: quello della volontà politica locale e quello delle risposte ministeriali sollecitate, mesi fa, dall’atto della senatrice Musolino. Ignorare uno dei due significa condannare Messina a perdere la sua memoria storica.








