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Messina, il racket 2.0: videochiamata dal carcere per estorcere 250mila euro al cantiere del Risanamento. I NOMI

- 13/12/2025
fondo fucile risanamento

Nel mirino i lavori a Fondo Fucile: tre indagati. Due detenuti ordinavano il pizzo dai penitenziari di Palermo e Agrigento minacciando di far saltare il cantiere. Decisiva la denuncia dell’azienda

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MESSINA — Non più i “pizzini” arrotolati, e nemmeno le sole ambasciate silenziose dei gregari. La mafia si aggiorna, sfrutta la tecnologia e buca le sbarre di sicurezza: la richiesta di pizzo, pesante, da 250mila euro, arriva direttamente in videochiamata dalla cella. È lo scenario inquietante, a metà tra Gomorra e la realtà aumentata del crimine, emerso dall’ultima indagine della Procura di Messina e dei Carabinieri.

Nel mirino c’è uno dei cantieri simbolo della città dello Stretto: quello di Fondo Fucile, in via Socrate, dove l’impresa etnea Cosedil sta lavorando allo sbaraccamento e alla riqualificazione urbana. Un affare milionario, quello del Risanamento, che fa gola ai clan e riaccende gli appetiti, spingendo la criminalità ad alzare il tiro e, apparentemente, ad abbassare la prudenza.

La dinamica

Tutto inizia con un approccio “vecchio stile”. Al cantiere si presenta un giovane, Giovanni Aspri, 24 anni. È lui, secondo gli inquirenti, a rompere il ghiaccio, a fare il primo passo. Ma è solo l’antipasto. La pressione vera, quella psicologica e violenta, arriva via etere. I telefoni dei responsabili dell’impresa squillano, e dall’altra parte del display non ci sono voci anonime, ma i volti di chi sta dietro le sbarre.

A condurre la trattativa, secondo l’accusa, sono Salvatore Maiorana (33 anni) e Giuseppe Surace (39 anni). Entrambi messinesi, entrambi detenuti, rispettivamente nelle carceri di Palermo e Agrigento. Nonostante la reclusione per altri reati, i due avevano accesso a smartphone con cui videochiamavano il cantiere, scandendo l’ultimatum: pagare un quarto di milione di euro o prepararsi a vedere tutto “saltare in aria”.

Il ruolo del minorenne

La rete criminale si serviva anche di un minorenne, incaricato di fare da “postino” per recapitare messaggi e mantenere vivo il canale di comunicazione tra il carcere e la strada. Una gestione familiare, quasi aziendale, del tentativo di estorsione.

La reazione e le indagini

Il piano, però, si è scontrato con la fermezza dell’imprenditoria sana. I vertici della Cosedil non hanno cercato compromessi: hanno denunciato immediatamente. La segnalazione tempestiva ha permesso ai carabinieri del Nucleo investigativo di attivarsi, monitorare le comunicazioni e ricostruire la filiera del ricatto.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Messina, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dei tre uomini per tentata estorsione. Resta sullo sfondo, irrisolto e gravissimo, il tema della permeabilità delle carceri: celle che dovrebbero isolare e che invece, grazie a un cellulare di contrabbando, diventano centri operativi per dirigere il crimine a centinaia di chilometri di distanza.

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