
Il rapporto della Cgil fotografa un territorio in via di estinzione: persi 12mila abitanti in dieci anni e indice di vecchiaia record. Ora la pioggia di fondi Pnrr ed europei, oltre 400 milioni, rischia di finire nel nulla senza una regia unica: «Basta interventi tampone, serve lavoro vero per fermare la fuga».

Non è la natura a svuotare i paesi, non è un destino “cinico e baro”, come si amava dire nella Prima Repubblica per giustificare l’immobilismo. È la politica che si è voltata dall’altra parte. A Messina, il quadro tracciato dalla Cgil non è solo un rapporto sindacale: è un bollettino di guerra senza morti apparenti, ma con interi territori che esalano l’ultimo respiro.
I numeri della fuga
Mezza provincia è, di fatto, un’area interna. Il 52% del territorio messinese, che comprende 56 Comuni su 108, sta scivolando nel silenzio. Sono luoghi di isolamento e fragilità, dove in dieci anni si sono persi per strada oltre 12 mila abitanti. Si è passati da quasi 146mila anime a poco più di 133mila. Chi resta? I vecchi. L’indice di vecchiaia è impietoso, una sentenza demografica: 280 ultra 65enni per ogni 100 ragazzi sotto i 15 anni. Un paese per vecchi dove mancano i servizi minimi: chiudono le scuole, serrano le banche e le poste, spariscono i medici. È il cane che si morde la coda: meno gente c’è, meno servizi si offrono; meno servizi ci sono, più la gente scappa.
L’accusa del Sindacato
Pietro Patti, segretario generale della Cgil Messina, non usa mezzi termini: lo Stato ha abdicato. «Negli anni queste aree sono state abbandonate al loro destino», dice. Ed è vero. Si è lasciato che la desertificazione sociale mangiasse le valli joniche, i Nebrodi, l’Alcantara. Stefania Radici, che ha curato lo studio, punta il dito contro la disattenzione cronica verso il patrimonio e le attività produttive. Oggi ci si accorge che il turismo è “mordi e fuggi”, giornaliero, incapace di portare ricchezza vera, mentre l’agricoltura — che pure vanterebbe marchi Dop e Igp, dalla provola dei Nebrodi al salame di Sant’Angelo — vede i campi restringersi e l’abbandono farsi norma, con buona pace della tutela idrogeologica.
La pioggia di miliardi (teorica)
Il paradosso è che i soldi ci sarebbero. O meglio, ci sono sulla carta. Tra PNRR e fondi europei, siamo di fronte a una cifra monstre. Solo dal PNRR dovrebbero arrivare 314 milioni di euro localizzati sui comuni delle aree interne:
- Oltre 166 milioni per i Nebrodi.
- Circa 87 milioni per le Isole Minori.
- 40 milioni per Santa Teresa e le Valli Joniche.
- Quasi 19 milioni per l’area Etna-Nebrodi-Alcantara.
A questi si aggiungono i 110 milioni del Fondo europeo di sviluppo regionale. Ma il rischio, concreto e palpabile, è quello denunciato dal sindacato: «Non bisogna spendere per spendere». Il pericolo è che questi fiumi di denaro finiscano in rivoli clientelari, in opere inutili, o che si perdano nelle nebbie di una burocrazia incapace di “messa a terra”. Servono asili, case di comunità, reti digitali, non cattedrali nel deserto.
Il miraggio della ripresa e le buone pratiche
C’è un tessuto economico fragile, retto da microimprese e da un’edilizia drogata dai bonus ormai al tramonto. L’industria manifatturiera è una rarità concentrata in poche oasi (Mirto, Torrenova, San Marco d’Alunzio). Eppure, qualche luce si accende, quasi per ostinazione. Sono le “buone pratiche” citate nel rapporto: l’agricoltura sociale che recupera terre incolte, le comunità energetiche, l’inclusione dei migranti — unica vera risorsa demografica in un comune come Floresta (7,4% di stranieri) — che lavorano dove gli italiani non vogliono più stare. Il prossimo appuntamento è venerdì 21 novembre a Mirto, palazzo Cupane. Si parlerà di agricoltura e forestazione. L’ennesimo convegno? Forse. O forse l’ultima chiamata per capire se questi milioni serviranno a far rinascere la provincia o se finanzieranno solo il suo funerale di lusso.









