
L’urbanistica a due velocità: diritti negati e carta straccia per i cittadini del “Salva Colline”, cubature d’oro e fondi PNRR per la speculazione Zanklon.

È un capolavoro di inerzia. Un monumento all’inconcludenza burocratica che, dopo oltre un decennio di sonno, presenta ora un conto salatissimo. La vicenda del “Piano Salva Colline” a Messina non è solo una storia di urbanistica mancata; è il ritratto di un’amministrazione capace di trasformare un’idea (forse) buona in una potenziale bomba patrimoniale.
Ora, quella bomba è stata innescata. Il TAR di Catania, con la recente sentenza 03117/2025, ha scoperchiato il vaso di Pandora, condannando il Comune per “illegittimo silenzio”.
Ma per capire la profondità della voragine, bisogna guardare al grottesco “doppio binario” con cui la città gestisce il suo territorio. Da un lato, si espropriano di fatto i diritti di chi li ha. Dall’altro, si benedice la speculazione su terreni che non ne hanno.
Il “Salva Colline”: dalle buone intenzioni al baratto caduto nel silenzio
Cosa è accaduto? Per capirlo, bisogna riavvolgere il nastro di oltre dieci anni. Nelle stanze di Palazzo Zanca, all’epoca, si partorì un piano che sulla carta appariva ingegnoso: il “Salva Colline”.
L’obiettivo era nobile: fermare la cementificazione selvaggia, tutelare il paesaggio. Come? Con un “baratto”.
Il meccanismo era questo: ai proprietari dei terreni con diritti edificatori in collina veniva detto: “Non costruire qui. Cedi volontariamente al Comune la tua capacità edificatoria. In cambio, ti diamo dei ‘crediti volumetrici’“. In pratica, il Comune ti prendeva 100 metri cubi in collina e ti dava un “buono” per costruire 100 metri cubi da un’altra parte, in aree della città già urbanizzate.
Peccato che quei “buoni”, per essere spesi, avessero bisogno dei Piani Attuativi. Il Comune, cioè, doveva dire dove e come quei crediti potevano essere usati.
E cosa ha fatto il Comune in questi dieci e passa anni? Niente.
Le amministrazioni che si sono succedute hanno semplicemente “dimenticato” il piano in un cassetto. I cittadini che avevano firmato le convenzioni, cedendo i loro diritti reali, si sono ritrovati con un pugno di mosche. Carta straccia.
2. L’affaire Zanklon: la speculazione col PNRR
E qui scatta la beffa. Mentre ai cittadini del “Salva Colline” si negava di fatto il valore della loro proprietà, in un’altra zona della città si apparecchiava l’esatto contrario.
È l’operazione “Zanklon”. Quella che viene presentata come “l’operazione immobiliare del secolo” per Messina.
Cosa si propone? Di far diventare edificabili terreni che, secondo il Piano Regolatore, non lo sono. Una magia urbanistica. E per fare cosa? Ufficialmente, edilizia per studenti (i cosiddetti “studentati”). Con quali soldi? Con i soldi pubblici del PNRR.
Ecco il capolavoro. Mentre chi aveva diritti edificatori (Salva Colline) si è visto dare nulla in cambio, qui si creano diritti edificatori dal nulla per permettere un’operazione immobiliare.
Il trucco è presto svelato: questi “studentati”, finanziati con fondi pubblici, dopo appena 12 anni diventerebbero proprietà privata.
Questa non è una soluzione al problema dell’accoglienza degli studenti fuori sede. Questa è una speculazione vestita da servizio pubblico. Si usano i soldi del PNRR per trasformare terreni agricoli in aree edificabili di lusso, che tra pochi anni finiranno sul mercato privato, aggravando il problema abitativo invece di risolverlo.
Due pesi, due misure. A Messina, il Comune sterilizza i diritti di alcuni (per inerzia) e crea plusvalenze milionarie per altri.
3. La sentenza e i rischi per le casse comunali
Ora, l’inganno del “Salva Colline” è venuto al pettine. Un cittadino, stanco di aspettare, ha fatto ciò che era inevitabile. Nel 2014 aveva rinunciato a costruire 8.200 metri cubi. Dopo dieci anni di silenzio, si è rivolto al TAR.
Il Tribunale Amministrativo è stato brutale. Ha certificato “l’illegittimo silenzio” dell’Ente e lo ha condannato: 60 giorni di tempo per dare una risposta (ovvero, adottare i piani). Se non lo farà, sarà nominato un commissario ad acta.
Il rischio patrimoniale è devastante. Quella sentenza è solo la prima. Se tutti i proprietari che dieci anni fa hanno ceduto valore reale in cambio di promesse vuote facessero causa, il Comune si troverebbe di fronte a una valanga di richieste di risarcimento.
Non chiederanno solo l’attivazione dei piani. Chiederanno i danni: il valore di mercato dei metri cubi ceduti nel 2014, più la rivalutazione, più gli interessi, più il danno per la mancata opportunità.
Si apre uno scenario da incubo per i conti del Comune, già appesi al filo del Piano di Riequilibrio. Stiamo parlando di decine, forse centinaia, di milioni di euro di debiti fuori bilancio. Generati non da una calamità, ma dalla pura e semplice paralisi burocratica e da una gestione schizofrenica del territorio.
Le colline, forse, sono salve. I conti del Comune, molto meno.











