«Messina è caso unico in Italia: peggiora il disavanzo durante un piano di riequilibrio».
Il DISSESTO a Messina è un fatto. La stessa Corte dei Conti parla di una “mina vagante” di debiti potenziali, contenziosi e buchi delle partecipate che potrebbero portare il totale di nuovo oltre i 500-600 milioni.

Per capire cosa succede a Messina, bisogna partire dai numeri. Ma poi bisogna guardarli bene, perché spesso i numeri, in Sicilia come altrove, servono più a nascondere che a spiegare.
La storia recente di Messina, città bloccata sullo Stretto, è una storia di debiti e di promesse. E la “storia” l’ha descritta davvero bene nel suo articolo su IMGPress il collega Peppe Billè. Da tempo ne scriviamo e Billè ha condensato quanto più volte da noi rappresentato nella lettura di una realtà che appare “narrata” in modo ben diverso dalle convenienze della politica, che si affida alla tendenza tutta messinese (e non solo purtroppo) di non approfondire, di neanche leggere fino in fondo. Una tendenza che induce all’annacquamento dei fatti ed alla loro facile distorsione a piacimento. Pertanto ripartiamo, così come ha fatto il collega Billé e riproponiamo i fatti, nudi e crudi.
E’ nel l 2018 che arriva a Palazzo Zanca Cateno De Luca. Non è un politico tradizionale e lo si capisce fin dall’anno prima quando arrivò a piazza Duomo in un bar che non c’è più per presentare la sua sfida. De Luca usa gli slogan, promette la rottamazione, definisce i messinesi “fancazzisti”. Platealmente brucia un foglio di carta con l’insulto rivolto alla città. E noi messinesi non ci indigniamo, non ci ribelliamo, anzi restiamo affascinati, tutti coinvolti da quello che è il tradizionale sport messinese: parlar male di noi stessi. Da perfetti “buddaci”.
Il marchio di fabbrica di De Luca è già quello della “buona amministrazione”, del “duro, puro e nuovo”, quello dell’uomo “forte contro i poteri forti”, è quello del “SalvaMessina”. La promessa è di quelle che fanno rumore: prendere una massa debitoria che tutti stimano in 550 milioni di euro e ridurla, quasi per magia, a 120 milioni.
Lo strumento è il Piano di Riequilibrio Finanziario Pluriennale. Un documento tecnico. A guardare bene le carte, però, si scopre che non è un’invenzione del 2018. Il piano nasce nel 2012, sotto l’amministrazione Accorinti. Quello che fa De Luca è una “rimodulazione”. Promette tagli agli sprechi e rateizzazioni. Prospetta la situazione, possibilmente, anche più grave di quel che è, minaccia le sue dimissioni. Riceve un coro di “non ci lasciare”. Quel che De Luca voleva.
Il problema è, però, che, mentre si promette di tagliare, la struttura dei costi sembra gonfiarsi e il conto, alla fine, viene presentato ai cittadini. Quello che doveva essere un riequilibrio dei conti, molti sospettano sia diventato un riequilibrio di poltrone e di nuove partecipate.
Il vero giudizio dei Contabili: “debito aumentato fino a 600 milioni!”
Quando si parla di soldi pubblici, l’arbitro si chiama Corte dei Conti. E i giudici contabili non si sono fatti incantare dagli slogan. Dopo anni di analisi, nell’agosto 2023, arriva la Delibera n. 232. La Corte approva il Piano, ma lo fa riempiendolo di “prescrizioni” e di pit stop di verifica. È un via libera condizionato ed il Comune di Messina è un “sorvegliato speciale”. Altro che “complimenti”!
Cosa scrivono i magistrati? Esprimono perplessità su “flussi opachi verso le partecipate” e su accantonamenti “sottostimati”. Usano un’espressione chiara: il Piano non deve diventare un “escamotage per eludere il dissesto“. È un avvertimento.
Perché, mentre si approva il piano, succede una cosa strana. Lo certifica il revisore Franco Mostacci (come riporta Billè nel suo articolo) in un report del 2023: «Messina è caso unico in Italia: peggiora il disavanzo durante un piano di riequilibrio». I numeri dicono questo: nel 2018 il disavanzo ereditato era di 66 milioni. Nel 2022, quando De Luca lascia, è salito a 116 milioni. Quindi, invece di rientrare, il buco si allarga. Lo dicono i numeri.
E oggi, nel 2025, mentre il debito “visibile” è di circa 120 milioni, la stessa Corte dei Conti parla di una “mina vagante” di debiti potenziali, contenziosi e buchi delle partecipate che potrebbero portare il totale di nuovo oltre i 500-600 milioni. Si starebbe quindi procedendo a spron battuto ed irresponsabilmente verso un sostanziale aggravamento del debito, altro che “Salva Messina”.
Il sistema delle “Partecipate”
Per capire dove finiscono i soldi, bisogna seguire il filo delle società municipalizzate. La gestione De Luca ne ha fatto un pilastro, contro ogni sua dichiarazione in campagna elettorale. Sulla carta, servono a “efficientare” i servizi. Nei fatti, il meccanismo è sembrato un altro.
Prendiamo l’ATM, l’azienda dei trasporti. Nel 2018 viene messa in liquidazione. Come funziona? Si crea una nuova società, ATM S.p.A., dove confluiscono i beni sani: 15 milioni di euro in autobus e depositi. La vecchia azienda, invece, resta un guscio vuoto con 40 milioni di debiti. Quei debiti, ovviamente, rimangono a carico del Comune. La Corte dei Conti ha aperto un’indagine per danno erariale su questa operazione.
Lo schema si ripete. MessinAmbiente (100 milioni di debiti) fallisce. I contratti attivi e i crediti (20 milioni) passano alla nuova MessinaServizi Bene Comune. I debiti restano. Anche qui è il sistema delle “bad company” dove la polvere rimane sotto il tappeto. I 56 milioni dell’ATO3 vengono scaricati sul bilancio comunale e rateizzati fino al 2033.
Si crea Messina Social City (dicembre 2018) per stabilizzare 540 precari (su 1.300 assorbiti), creando milioni di costi fissi. Molti più dello stesso Comune di Messina che di dipendenti ne ha meno di 1000. Si crea Arisme per il risanamento, che acquisisce 50 milioni di immobili ma scarica 40 milioni di debiti sul Comune.
Ironia della sorte. Lo stesso De Luca che nel 2018 definiva le partecipate “bancomat e poltronificio della politica”, ha finito per replicare quel sistema. Nel 2024-2025 impone una “revisione” dei CdA. Annunciato come “tagliando di efficienza”, si rivela un rimpasto politico per confermare i fedelissimi del suo partito, Sud Chiama Nord. Le donazioni sono “trasparenti” e con tempismo spesso perfetto tra versamento, nomina, affidamento diretto. Trasuda abbondantemente il dubbio etico sul conflitto d’interessi. Il poltronificio, dicono i critici, non è stato smantellato. Ha solo cambiato nome.
Il conto pagato dai cittadini
E la gente? Cosa ha visto il cittadino messinese in questi anni?
Ha visto le tasse aumentare. Tra il 2019 e il 2023, la TARI (tassa sui rifiuti) è salita del 15%. L’IMU dell’1,5%. Questo non per avere servizi migliori. La “buona amministrazione” consegna migliori servizi abbassando le tariffe ed efficientando il sistema. Questo non è accaduto a Messina (e neanche a Taormina). La Corte dei Conti, già nel 2023, certificava che Messina aveva “tutte le aliquote dei servizi essenziali praticamente al massimo”.
Per i rifiuti, il Comune sborsa 70 milioni l’anno. La raccolta differenziata è al 58% (dati 2024), ma i ricavi del CONAI (i contributi per il riciclo) restano opachi, senza riduzioni evidenti sulla bolletta dei cittadini. Il Comune è “virtuoso” come l’amministrazione strombazza ai quattro venti, ma le tariffe non si abbassano.
Sul fronte trasporti, le corse degli autobus sono diminuite. ZTL e piste ciclabili hanno visto crescere il traffico del 24% (ISTAT 2025) e calare il fatturato dei negozi in centro del -18% (Confcommercio 2025). Insomma l’effetto contrario.
I fondi europei, PNRR e FSC, che dovevano essere il rilancio, sono a rischio: 127 milioni di Fondi Sviluppo e Coesione persi per scadenze mancate nel 2022; 55 milioni per idrico e depuratori a rischio revoca nel 2026. Per tappare le buche nelle strade, si è ricorso a un mutuo da 6 milioni. Altro debito.
E su tutto questo aleggiano difficoltà per il pagamento delle indennità ai dipendenti comunali, dovute fin dal 2023. Per soli 76 mila euro i pagamenti della PEO, la progressione economica orizzontale non sono stati effettuati, innescando reazioni sindacali per le quali si è esposto il sindaco nel ruolo di pacificatore, ma senza risultati concreti: ad oggi ancora nulla è stato pagato.
L’eredità e la “Polizza assicurativa”
Nel febbraio 2022, De Luca lascia Messina per candidarsi altrove. Il testimone passa al suo ex direttore generale, Federico Basile. La traiettoria, però, non cambia.
Basile eredita il disavanzo a 116 milioni e prosegue sulla stessa linea. Il rendiconto 2024 (approvato a fatica l’11 luglio 2025) certifica un nuovo buco, in violazione dell’articolo 188 del TUEL che impone il rientro. Il “debito cumulativo” reale, quello che la politica non scrive nei comunicati stampa, supera il miliardo di euro. Lo stesso Basile ha dovuto ammettere alla stampa (agosto 2023) che «il disavanzo è cresciuto per le scelte fatte da De Luca».
La domanda, a questo punto, è semplice. Perché non si dichiara il dissesto?
Il dissesto non peggiorerebbe la vita dei messinesi: le tasse sono già al massimo, i servizi già ridotti. Il dissesto, però, farebbe una cosa: aprirebbe i cassetti. Farebbe emergere i debiti nascosti, attiverebbe la Corte dei Conti per cercare le responsabilità personali di chi ha amministrato.
Il Piano di Riequilibrio, dunque, non salva i cittadini. Sembra sempre più una polizza assicurativa per proteggere la classe politica che i danni li ha fatti e quella che li ha aumentati.
È comodo, in questo contesto, dare la colpa all’Europa, al Patto di Stabilità, ai vincoli di Bruxelles. L’Europa impone austerità, è vero. Ma spesso, questa austerità diventa l’alibi perfetto per i sindaci. Permette loro di nascondere dietro i vincoli esterni le scelte locali, il clientelismo, l’opacità.
Il dissesto a Messina non è una minaccia. È un fatto che nessuno ha il coraggio di firmare. I numeri, alla fine, dicono questo. E aspettano solo che qualcuno li legga.





Francamente non mi risulta che il debito delle società fatte fallire se lo sia accollato il Comune. I creditori avranno avuto accesso alle procedure di liquidazione e stop (Sostanzialmente nulla). Con il fallimento il debito è rimasto alle aziende chiuse e quelle nuove ripartirono da un conferimento comunale solo per il capitale iniziale. Così invece spari’ il debito delle partecipate fatte fallire che altrimenti avrebbe dovuto estinguersi con fondi del Comune. Oggi però le nuove aziende stanno producendo allegri disavanzi che nel conto consolidato del Comune riportano possibili debiti che dovrebbero essere saldati dal socio di maggioranza ossia il Comune. Insomma il piano di riequilibrio si è rilevato solo un altro espediente per prendere tempo e addirittura per allargare la spesa attraverso le partecipate. Altro che moralità gestionale.