
Il doppio standard della politica: Gervasi cambia casacca, Contestabile però smentisce, nel silenzio generale. Per la Musolino, che osò la stessa libertà in direzione contraria, fu solo gogna e veleno.

La politica è movimento. A volte anche notizie false (divulgate ad arte?). E in una democrazia parlamentare, dove la Costituzione ha saggiamente escluso il vincolo di mandato, questo movimento è un diritto. Un parlamentare, un consigliere, risponde alla propria coscienza e ai cittadini, non al segretario di partito.
Questo è il diritto. Poi c’è la cronaca.
La cronaca di questi giorni registra due passaggi, che in realtà è solo uno. Maria Fernanda Gervasi lascia Forza Italia per accasarsi con il partito di De Luca. Simona Contestabile, vicina a Francantono Genovese, secondo una testata locale sceglierebbe come nuova destinazione Sud chiama Nord. Ma è la stessa Contestabile a smentire la notizia: “Nessun passaggio a Sud chiama Nord. La notizia è falsa”.
Quindi una scelta, un percorso che cambia. E’ stata definita traditrice? Si sono levate accuse di infamia? Qualcuno si è eretto a censore? No. Da Forza Italia, per la Gervasi, è arrivato un “cordiale arrivederci”. Per la Contestabile, la smentita.
È la normale dialettica politica. Si entra, si esce. Si sceglie. È un diritto, e come tale è stato trattato: un fatto di cui prendere atto.
Eppure, la memoria ci impone un confronto che smaschera l’ipocrisia del sistema. Non è sempre così. La legittimità di questo diritto, a quanto pare, dipende dalla direzione in cui lo si esercita.
Quando, in tempi non sospetti, la senatrice Dafne Musolino compì la stessa identica scelta – esercitò il suo sacrosanto diritto di lasciare uno schieramento per un altro, ma in direzione opposta a quella gradita ai suoi ex sodali – la reazione fu di segno radicalmente diverso.
Per lei non ci fu cordialità. Per lei fu allestito un tribunale dell’assurdo, una gogna mediatica e social che con la politica non aveva nulla a che fare. Era vendetta. Pura e semplice. La Musolino dovette difendersi non da critiche politiche, ma da un attacco personale orchestrato, dal quale ancora oggi si tutela, sebbene con rinnovata leggerezza, fortificata da fatti incontestabili.
Il punto, dunque, non è il passaggio da un partito all’altro. Quello è, e resta, l’esercizio di una libertà che la legge garantisce a tutti.
Il punto è il doppio standard. Il fatto, che non può essere sottaciuto, è che questo diritto viene considerato “legittimo” solo quando non disturba il manovratore.
Oggi, Gervasi e Contestabile esercitano la loro libertà senza che nessuno abusi della loro dignità. Hanno fatto una scelta. Come la fece Musolino. Ma la civiltà della reazione, a quanto pare, resta una virtù a intermittenza.










