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Non è colpa dei nostri figli: la violenza giovanile non è neanche lo specchio del nostro fallimento

- Ultima Ora
17/10/2025

Fa piacere leggere, finalmente, che il Garante per l’Infanzia del Comune di Messina dichiari che “è l’ora di fare squadra”. Meno non leggere che a far parte preponderante di questa squadra necessaria debba esserci il servizio sociale cittadino.

Giuseppe Bevacqua
Giuseppe Bevacqua

Un decadimento sociale che abbiamo ignorato per troppo tempo. E di fronte a questa emergenza, la reazione più comoda, ma anche la più sbagliata, è puntare il dito contro le famiglie, scaricando su di esse l’intera responsabilità di un fallimento che è, in realtà, collettivo. È una scorciatoia intellettuale che ci assolve tutti, ma che non risolve nulla. La verità è che la violenza giovanile non nasce nel chiuso di un salotto, ma germoglia in un terreno reso fertile da un “vuoto di appartenenza e di scopo” che la nostra società liquida, frammentata e precaria ha creato.

Fa piacere leggere, finalmente, che il Garante per l’Infanzia del Comune di Messina dichiari che “è l’ora di fare squadra”. Meno non leggere che a far parte preponderante di questa squadra necessaria debba esserci il servizio sociale cittadino.

E’ uno scenario complesso. Per capire perché un adolescente arrivi a commettere atti di una crudeltà sconcertante, dobbiamo guardare oltre l’atto stesso e analizzare il contesto che lo ha generato. Per questo continuare a invocare soluzioni semplicistiche come la repressione o la colpevolizzazione delle famiglie non è solo inutile, è dannoso. La prevenzione non si fa con le manette, ma con spazi di ascolto e progetti reali di inclusione.

È qui che emerge, con una forza e un’urgenza mai viste prima, la funzione fondamentale dei servizi sociali. Non un servizio burocratico e distante, ma una rete capillare di professionisti seri, adeguatamente formati e, soprattutto, presenti sul territorio. Figure capaci di entrare nelle pieghe del disagio, di intercettare la rabbia e la delusione prima che diventino violenza. Operatori che sappiano dialogare con la scuola, con le famiglie (spesso le prime a essere in difficoltà e bisognose di supporto) e con i giovani stessi, offrendo alternative concrete al vuoto che li circonda.

Senza riferimenti esterni solidi, senza adulti credibili, i ragazzi navigano in un “caos” interiore che li rende vulnerabili

Le tradizionali agenzie di socializzazione – il quartiere, la comunità, persino le istituzioni – si sono indebolite, lasciando i giovani in uno stato di anomia, una condizione di confusione e assenza di norme descritta già un secolo fa da Émile Durkheim. Senza riferimenti esterni solidi, senza adulti credibili, i ragazzi navigano in un “caos” interiore che li rende vulnerabili a comportamenti devianti. Il gruppo, la “baby gang”, non è più solo un luogo di aggregazione, ma diventa l’unica entità in grado di offrire identità, protezione e scopo, sostituendo la morale individuale con le leggi della prevaricazione.

La violenza ha una sua geografia. Fiorisce nelle periferie degradate, negli spazi pubblici lasciati all’incuria, dove l’assenza di centri giovanili, di impianti sportivi accessibili, di luoghi culturali, crea un deserto di opportunità. Questo vuoto viene riempito dalla strada, che diventa l’unica maestra di vita. L’abbandono scolastico, che non è una semplice rinuncia a un diploma ma l’uscita da un “luogo di protezione”, è la conseguenza diretta di un sistema che, invece di agire da ascensore sociale, finisce per replicare e amplificare le disuguaglianze.

E poi c’è quel senso continuo di frustrazione economica… Cosa può provare un giovane a cui viene costantemente ripetuto che il futuro è nelle sue mani, quando poi si scontra con un muro di disoccupazione, precarietà e sogni irraggiungibili? La frustrazione generata da un futuro bloccato alimenta uno scetticismo profondo verso una società che sembra non offrire alcuna prospettiva. L’atto violento diventa allora un linguaggio disperato, un tentativo patologico di affermare la propria esistenza e il proprio potere di incidere sulla realtà, anche solo distruggendola. Ecco perché ieri scrivevo della pericolosità derivante dalle speranze attese generate da eventi come il Sud Innovation Summit. Un evento che potrebbe (anzi dovrebbe esserlo in modo imperativo) produttivo davvero se mantenesse quel che promette. Altrimenti è causa di maggiore frustrazione, con tutto quel che ne consegue.

I giovani hanno perso ogni empatia sacrificata sull’altare di una incontenibile rabbia repressa: dietro la maschera del bullo si nasconde spesso un individuo profondamente fragile, schiacciato da un senso di inadeguatezza. La violenza, se non più auto inferta con fenomeni sempre più frequenti di autolesionismo, agisce come un “antidolorifico”, un modo per mettere a tacere la propria vergogna e il proprio senso di fallimento proiettandoli su una vittima. Quest’ultima viene deumanizzata, ridotta a un oggetto, perché solo così è possibile infliggerle sofferenza senza provare empatia. Questa erosione dell’empatia è accelerata dal mondo digitale, dove la violenza viene normalizzata, spettacolarizzata e trasformata in un macabro show per ottenere like e visibilità.

Siamo di fronte a un’emergenza che richiede persone preparate, non opinionisti pervasi dai soliti luoghi comuni

Dobbiamo renderci conto (per primi famiglie, scuole ed istituzioni) che siamo di fronte a un’emergenza che richiede persone preparate, non opinionisti pervasi dai soliti luoghi comuni, che sono molto più dannosi dell’emergenza stessa. Perché senza un servizio sociale che funzioni come presidio di civiltà e speranza nelle faglie più fragili della nostra comunità, il futuro sarà inevitabilmente fatto di maggiore violenza, dettata da un principio tanto semplice quanto terrificante: “Non posso averti, ti distruggo”. E la prossima vittima di questo fallimento collettivo potrebbe essere chiunque.

Stop alla violenza