“Non ci lasciate più soli!”. Operatori sanitari: eroi o piuttosto vittime di violenza? Storie di aggressioni e di irriconoscenza.

di Marinella RUGGERI

L’eroe è colui che, di propria iniziativa e libero da qualsiasi vincolo, compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.

Il medico eroe della pandemia,  affronta ogni giorno, il rischio consapevole di  infettarsi  per combattere il COVID, ma si mette a disposizione, nello svolgimento della sua professione, per curare i pazienti.

Spesso, invece, il medico, si trova davanti un nemico diverso, non invisibile come il virus, ma in carne ed ossa, a volte, è lo stesso paziente, altre volte è un parente, che in modo inaspettato lo aggredisce, pertanto da eroe attaccante diventa vittima indifesa.

Ricordiamo, ancora, bene, l’immagine che circolava, all’inizio della pandemia, e che è rimasta  impressa nei nostri occhi e nella nostra mente…una dottoressa di spalle che teneva in braccio l’Italia ferita ( ritratta da Milo Manara) o ancora, una infermiera  stremata con i segni sul volto lasciati dalle mascherine… Erano i testimoni degli eroi, in prima linea, contro il COVID.

Oggi, come già accadeva  prima della pandemia, anzi con un numero in costante e progressivo aumento, gli operatori sanitari sono le vittime preferite, su cui riversare una violenza inaudita, che si manifesta con sputi, calci, pugni, stupri fino a provocarne la morte.

..Spulciando qualche giornale dell’ultimo anno…

Quattro episodi di violenza in 72 ore. Questo il tragico bollettino che si registra nel personale sanitario della Campania.

A denunciarli è proprio il Presidente Nazionale di Nursing Up, Antonio De Palma, che spiega:

“Un vero e proprio bollettino di guerra. Nelle ultime 72 ore si registra una pericolosa escalation di vergognosi casi di aggressioni fisiche e verbali, negli ospedali italiani, con protagonisti, loro malgrado, i nostri infermieri, vittime predestinate della violenza cieca e della rabbia incontrollabile da parte dei parenti dei pazienti o dei malati stessi. Ancora una volta vere e proprie spedizioni punitive, che hanno come bersaglio il personale sanitario, intento ogni giorno a svolgere il proprio lavoro con zelo e spirito di umanità…

..Le cause scatenanti sono diverse..

 “Sovraffollamento dei reparti, presunti ritardi dell’organizzazione ospedaliera nell’effettuazione di indagini diagnostiche; alla fine ci si rivolge all’infermiere e al medico persino quando la dieta non è di proprio gradimento. Parliamo di problematiche all’ordine del giorno. In molte circostanze si registra l’atteggiamento ansiogeno e decisamente abnorme dei parenti dei malati, che ormai troppo spesso esplodono in veri e propri raptus di bieca violenza verbale e fisica, incapaci di sapersi rapportare in modo civile ed equilibrato con il personale sanitario”…

nel reparto  di Medicina Generale di un ospedale di Napoli, è scattata una vera e propria spedizione di cinque persone, due figli di una paziente e altri 3 parenti, che si sono scagliati contro gli infermieri e i medici: a loro dire il personale sanitario non si stava occupando in modo adeguato della loro familiare…

In realtà è una storia che si ripete da troppo tempo,

e che non si è mai fermata, neanche nella  (breve) parentesi di inizio pandemia, quella dei “medici eroi” che solo apparentemente, sembrava aver ricucito un corto circuito culturale nel rapporto tra cittadini e operatori sanitari. In realtà, a giudicare dagli episodi susseguitisi nel corso degli ultimi mesi, le aggressioni al personale sanitario sembrano aver ricevuto ulteriore linfa dal sentimento di frustrazione e sfiducia dominante, dalla paura e dall’impotenza generata dal contesto pandemico, di cui medici e infermieri diventano capro espiatorio. L’essere in prima linea li pone in una posizione esposta , in modalità inaspettata , improvvisa e pertanto traumatica, alla mercè di reazioni sconsiderate, non filtrate, per le quali persino il dolore di una perdita non può e non deve costituire giustificazione.

A fare da trigger nell’escalation di violenza è spesso, infatti, la perdita di un familiare dell’aggressore, come accaduto nei giorni scorsi al Pronto Soccorso dell’Ospedale Perrino di Brindisi, dove il figlio di una paziente, arrivata già in coma in PS e lì deceduta nonostante le manovre di rianimazione del personale, ha colpito con calci e pugni il medico di turno uscito per dare la triste notizia.

«Non abbiamo più parole. Il collega aggredito non si dà pace, lui era lì per aiutare, e tra l’altro era in sostituzione di un turno – è il duro sfogo di Arturo Oliva, presidente dell’OMCeO brindisino ..Siamo pervasi da un senso di solitudine e abbandono, siamo il bersaglio più facile, considerati rei di ogni stortura che appartiene al mondo della sanità. Eppure sappiamo che le colpe di queste storture vanno ricercate altrove, nei decenni di tagli e di mancata programmazione. Tutto questo ci avvilisce, ci mortifica a livello umano prima ancora che professionale. Temo che a un certo punto – continua Oliva – resteranno nei PS solo i cartoni sagomati, non personale in carne e ossa. Colleghi costretti a turni massacranti, assunti con contratti che raschiano il fondo di un barile, a fronte di cosa? …

..quello che chiediamo sono azioni concrete, che ci permettano di lavorare in sicurezza, organici sufficienti e un presidio di polizia fisso. Non pretendiamo di essere considerati eroi – conclude – ma di certo non vogliamo essere martiri».

Bisogna prendere in esame, anche, un altro aspetto, ancora più subdolo di tali aggressioni al personale sanitario. Quelle perpetrate non a seguito di una reazione “a caldo” ad un evento specifico, ma quelle scaturite dall’occasione o dall’opportunità, o ancora premeditate al solo fine di nuocere, distruggere, rubare, stuprare e persino uccidere. Lo ha raccontato la dottoressa Ombretta Silecchia, medico di Medicina Generale, vittima di aggressione durante un turno di guardia medica, la cui storia è raccontata anche nel docufilm “Notturno”.

“Nei turni di continuità assistenziale si lavora in totale solitudine, in zone spesso isolate, in ore notturne e senza videosorveglianza e questo ci rende dei bersagli facili, donne e uomini, indistintamente. Nonostante io sia stata vittima di aggressioni e minacce nel corso degli anni – osserva la dottoressa – posso dire che mi è andata bene, se non altro sono qui a raccontarlo,  ma alcune colleghe dopo il turno non sono tornate a casa, e altre hanno subito violenze terribili, violenze sessuali, sequestri di persona, veri e propri stupri. E tutto questo è inaccettabile”

Nei piccoli centri le persone sono informate su tutto, sanno il nome del medico del turno di notte,e, che sarà da solo. E’ proprio questa  circostanza a facilitare  il malintenzionato che con la scusa di un bisogno di salute può agire indisturbato per aggredire, molestare o peggio.

..“Conoscono la tua macchina, riconoscono al telefono la tua voce, sanno che di notte in quel posto ci sarai tu da sola”. E così si diventa “prede facilissime da aggredire”…

 Ci sono stati casi di stupro e omicidio a danni di colleghe. Quello che chiediamo a gran voce – continua Silecchia -è di non restare soli, non solo in ambulatorio ma anche nelle visite a domicilio, laddove una volta che rispondiamo a una chiamata magari in piena notte, con una telefonata non tracciata, quando la porta si chiude dietro di noi possiamo essere in balia di chiunque. Sicuramente il provvedimento legislativo che prevede la procedibilità d’ufficio e l’inasprimento delle pene è un segnale importante – conclude – ma il passo successivo deve essere quello di riorganizzare il lavoro, togliendoci dalla solitudine».

Nel caso di Ombretta l”aguzzino’ era “un pregiudicato agli arresti domiciliari, dipendente da sostanze stupefacenti di cui richiedeva pressoché quotidianamente la prescrizione. Prima era stata oggetto di stalking, poi una sera è stata minacciata per essersi rifiutata di fronte all’ennesima richiesta di prescrizione impropria.

«Apprendiamo con soddisfazione – aggiunge il presidente FNOMCeO, Filippo Anelli –  che il Ministro della Salute Roberto Speranza, di concerto con il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e il Ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, abbia firmato il decreto che indice la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, il 12 marzo di ogni anno. Una data per noi significativa, perché coincide con quella della Giornata europea promossa dal Ceom, il Consiglio degli Ordini dei Medici europei. Si aggiunge così un importante tassello alla piena applicazione della Legge 113 del 14 agosto 2020.

Sarebbe auspicabile ottenere, a breve, una convocazione dell’Osservatorio previsto dalla stessa Legge, che comprenda, pero’, al suo interno, rappresentanti delle Professioni sanitarie, perché, solo dall’ascolto delle vittime, si può capire quale sia la strategia più utile per intervenire in modo efficace.

P.S...dedicato a Simona, una collega del reparto di Medicina d’urgenza  dell’AOU Policlinico di Messina, che qualche settimana fa è stata aggredita, durante lo svolgimento del proprio lavoro…

Tratto da “MESSINA MEDICA 2.0” – articolo di Marinella Ruggeri

Marinella RUGGERI

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