Scuola e Covid – Comitato genitori e docenti di Messina, lettera al Garante dell’Infanzia “Tuteli la salute psichica e il benessere dei nostri bambini”

Un gruppo di genitori e di docenti delle scuole di Messina, riuniti in un comitato spontaneo, hanno scritto all’ Autorità nazionale garante per l’infanzia e l’adolescenza e al Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Messina, Angelo Fabio Costantino, per esprimere tutta la loro preoccupazione per gli “effetti collaterali” della pandemia su tutti i bambine/i e adolescenti, specie quelli non vaccinati che, con sempre maggiore frequenza, subiscono discriminazioni dentro le aule scolastiche.

Il comitato ha denunciato al Garante della Privacy anche le intollerabili violazioni della privacy che si vanno consumando all’interno delle Istituzioni scolastiche, talune delle quali sono state autorizzate dai decreti legge emanati dal Governo.

A questi organismi è stato domandato un pronto intervento.

La lettera è stata inviata anche al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, all’ Assessore regionale all’Istruzione Roberto Lagalla, al Dirigente dell’Ufficio scolastico regionale della Sicilia, ai Dirigenti Scolastici degli Istituti di Messina e all’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia.

Si allega l’esposto/denuncia.

“Le rivolgiamo questa lettera per rappresentarle lo stato d’animo di forte preoccupazione
che molti di noi vivono a causa degli “effetti collaterali” della pandemia su bambine/i e
adolescenti.
Il livello di malessere crescente ci costringe a lanciare un grido d’allarme: perché mentre il
dibattito sembra concentrarsi, con toni catastrofici, su contagi e vaccinazioni, assistiamo al
perseverare di un atteggiamento di negligenza verso la progressiva erosione di alcuni
fondamentali diritti e verso altri aspetti della salute, fisica e psicologica, che questo clima
di tensione sta mettendo a rischio.
La prima questione che vogliamo porre alla sua attenzione è la crescente discriminazione
tra adolescenti vaccinati e non vaccinati; per anni abbiamo costruito percorsi contro il
bullismo e le discriminazioni di ogni tipo, ed oggi questa situazione rischia di creare
pesanti conseguenze in chi è additato come “diverso” o, peggio, “untore” in un contesto
quale quello scolastico, che dovrebbe rappresentare il luogo inclusivo per eccellenza.
La recente normativa, che chiede ai Dirigenti scolastici di applicare la DAD solo per i non
vaccinati in caso di due contagi nella stessa classe, aggrava ulteriormente questa situazione
divisiva, investendo peraltro un’altra questione degna di nota, quella relativa alla tutela
della privacy.
Già alcuni mesi fa l’Autorità garante aveva scritto, in merito, al Ministero dell’istruzione,
ribadendo come ai docenti non fosse consentita l’acquisizione, diretta o indiretta, di
informazioni relative allo stato vaccinale delle/degli alunne/i e dei loro genitori. L’attuale
protocollo, determina invece, necessariamente, l’acquisizione dello stato vaccinale dei
presenti in classe, che però andrebbe portata avanti con rispetto e discrezione. Sarebbe
auspicabile che dalle istituzioni competenti arrivasse la formale richiesta al Governo di
eliminare il protocollo in vigore, per le tante criticità riscontrate sia in termini di grave
discriminazione e privacy che di reale applicabilità di alcune disposizioni (come si può, ad
esempio, chiedere di non consumare pasti se non a 2 mt di distanza? Come si può a livello
umano anche solo ipotizzare una misura del genere?). In ogni caso, purtroppo, anche al di
fuori delle circostanze consentite dal protocollo, assistiamo quotidianamente a tentativi,
più o meno espliciti, di accedere a questi dati privati, così come a giudizi di merito sulle
scelte delle famiglie.
A darci preoccupazione in tema di discriminazioni sono anche le conseguenze di scelte
governative che investono settori diversi da quello scolastico, ma oltremodo importanti
per una crescita armonica di bambini e adolescenti, quale l’ambito sportivo. Dal 10 gennaio
2022, in seguito all’introduzione del Super Green Pass per svolgere tutte le attività
sportive, (D.L. n.221/21 e D.L. 229/21), migliaia di ragazzi dai 12 anni in su vengono, di
fatto, esclusi dalle attività sportive sia al chiuso che all’aperto. Autorevoli studi presentano
dati allarmanti sulla condizione di molti adolescenti che, in seguito al secondo lockdown,
hanno avuto problemi psicologici anche molto gravi. L’attività motoria e ludica, svolta
insieme ai propri pari, è benefica per la salute psico-fisica; la privazione di essa ha
conseguenze sullo stile di vita, sull’appartenenza a gruppi, sul benessere psicofisico e,
ovviamente, anche sul sistema immunitario. I risultati di uno studio sull’attività sportiva
giovanile ai tempi del Covid-19, condotto dallo Ieo – Istituto Europeo di Oncologia, con il
supporto di diverse collaborazioni esterne, evidenzia come la frequenza di positività al
Sars – CoV- 2 è stata molto simile tra chi si è continuato ad allenare durante la chiusura
generalizzata delle attività sportive e chi no, anzi, si è constatata una maggior frequenza di
positivi tra chi non si è allenato (12%) rispetto a chi si è allenato all’interno di centri
sportivi (9%), forse per merito dell’effetto benefico dello sport sulle difese immunitarie.
Non solo, i giovani sportivi si sono contagiati di meno ma hanno vissuto le restrizioni con
minore pressione psicologica e una migliore condizione fisica, rispetto a chi si è fermato
con gli allenamenti. Adesso le misure in vigore, rischiano di causare gravi danni che
appaiono non giustificati dalle misure di contenimento del virus [1].
Un ulteriore fattore che riteniamo non possa più essere trascurato è il clima di allarme e
stress in cui bambine/i e adolescenti sono costrette/i a vivere da due anni a questa parte.
Seppur sia sotto gli occhi di tutti che le scelte in materia di prevenzione del contagio sono
molte e vanno dalle misure di sicurezza sui trasporti pubblici, al buon funzionamento dei
presidi sanitari territoriali, da più parti la scuola continua ad essere indicata come luogo
privilegiato di contagio. Così, bambine/i e adolescenti si trovano da due anni a dover
gestire le non sempre efficaci modalità della didattica a distanza, ma anche e soprattutto
l’atmosfera di paura e angoscia, il cui assorbimento ha sempre più evidenti manifestazioni
nei loro stati d’ansia e di panico, nei loro pianti, nei loro disturbi psicosomatici,
nell’alterazione del ritmo sonno-veglia, nelle difficoltà di concentrazione e apprendimento,
nell’apatia e nel calo di energia e motivazione.
Sebbene i dati raccolti negli ultimi due anni dimostrino che nelle aule scolastiche il
contagio si propaghi assai difficilmente, e che la scuola non sia dunque un amplificatore
dell’infezione ma semmai un riflesso di ciò che accade nella società, si è diffuso e permane
un approccio ansiogeno e a tratti ossessivo, e lo stress emotivo e psicologico che si respira
quotidianamente in aula rischia di produrre danni a lungo termine più della pandemia
stessa. Tale narrazione viene poi, spesso amplificata dai media, locali e non, che
continuano a condannare le scuole e ad indicarle come i luoghi più pericolosi.
Nonostante arrivino da più autorevoli fonti appelli ad una maggiore calma e senso della
misura, assistiamo impotenti ad un susseguirsi di eventi che comportano un forte stress a
livello emotivo e psicologico in ragazzi e bambini molto piccoli. Purtroppo, sebbene tutto
il personale scolastico e una larga parte degli studenti siano vaccinati, le misure di
prevenzione adottate sono rimaste immutate e rimangono estremamente rigide.
Conseguenza diretta è che il terrore del virus circola nelle scuole tra docenti e genitori
come un boomerang, e i già oltremodo rigidi protocolli scolastici vengono spesso applicati
in maniera ossessiva. Giungono notizie di note disciplinari per l’uso non corretto delle
mascherine, di divieto di chiedere di respirare alla finestra, di divieto assoluto di alzarsi
dal banco a ricreazione, di finestre spalancate in pieno inverno; giungono notizie di
bambini molto piccoli isolati e posti in stanza Covid per sintomi assolutamente blandi; di
bimbi della primaria a cui si chiede ossessivamente di coprire naso e bocca, di non toccarsi
gli occhi, di non avvicinarsi. Ci domandiamo: in aula la distanza dal docente è sempre
mantenuta, perché dunque continuare a intimorire questi bambini sebbene il docente sia
protetto da vaccinazione e mascherina? All’infanzia i bimbi più piccoli giustamente non
mantengono il distanziamento e non indossano mascherine, ma i contagi all’infanzia non
sono percentualmente molto più alti rispetto alla primaria dove tali misure sono invece
adottate. Solo questo dovrebbe indurre ad una riflessione. Nelle scuole si dimentica spesso
che i bambini sono prima di tutto esseri umani in formazione e che i docenti sono
educatori e formatori di individui che saranno gli adulti di domani. Che adulti
diventeranno? A proposito dell’uso continuativo della mascherina una recente sentenza
del Tar Lazio (9343/2021) aveva evidenziato che l’obbligo di utilizzare la mascherina in
classe si discostava dalle risultanze del Cts e dalle indicazioni dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità (Oms) laddove in classe questa potrebbe essere rimossa in
condizioni distanza e di “staticità” degli alunni, e che la mascherina doveva intendersi
quale strumento “transitorio” tenendo anche conto dell’impatto sulle capacità di
apprendimento e interazione dell’alunno. Tale sentenza è stata, come sappiamo, disattesa
dal Ministero, ma, se è vero che i protocolli ministeriali impongono l’uso continuativo
della mascherina, i docenti e coloro che vivono la scuola dovrebbero garantire
quantomeno il benessere degli studenti e prestare attenzione a segni di affaticamento
(come sottolineato dal TAR stesso), sempre nel segno di un bilanciamento tra diritti, e non
al contrario vessarli su una norma che è stata ritenuta eccessiva dal Tar e che dovrebbe
essere transitoria. Anche un recente studio della ECDC sostiene che “l’uso delle
mascherine dovrebbe essere visto come una misura complementare, piuttosto che una
misura a sé stante per prevenire la trasmissione all’interno delle scuole”. [2]
Quali conseguenze avranno queste/i bimbe/i, queste/i adolescenti? Bambini che hanno
perso il senso di comunione e condivisone, che non sanno cosa sia la vera socialità, che
non conoscono spesso i volti dei compagni di classe; bimbi e adolescenti a cui sono
preclusi abbracci e carezze, che vivono nella paura di essere infettati o diventare veicolo di
contagio, a cui si chiedono le prestazioni di prima, ma senza poter disporre dell’energia
derivante dal gioco sereno, dalle relazioni intime, dal contatto spontaneo. Bimbi che
trascorrono ore intere in ambienti che spesso non hanno giardini, palestre e che si
ritrovano praticamente “soli” pur condividendo gli spazi con altre persone.
Più volte l’Ordine degli Psicologi e i Neuropsichiatri infantili hanno lanciato allarmi, che
sono però rimasti inascoltati. Dall’inizio della pandemia, infatti, il Covid-19 è stato in
primo piano, ma troppa poca attenzione è stata data alla salute mentale. Oggi i dati degli
accessi al pronto soccorso per problemi psichiatrici, l’aumento dei casi di depressione,
disturbi dell’alimentazione, comportamenti di tipo autolesivo che spesso accompagnano le
alterazioni del tono dell’umore, ansia e panico, ed anche il forte incremento percentuale di
tentativi di suicidio, ci obbliga a non voltare lo sguardo, e a (ri)prendere sul serio il
benessere globale della persona.
Egregio Dr. Costantino, il nostro è un disperato appello ad un formale invito alla calma e
alla misura: le scuole dovrebbero tornare ad essere luoghi inclusivi e di benessere sociale,
mantenendo norme di sicurezza che siano proporzionate e non discostate dalla realtà.
Sarebbe auspicabile un messaggio chiaro di ritorno ad una dimensione più serena, in cui il
compagno non è visto come un nemico da tenere lontano. Sarebbe opportuno anche che i
protocolli fossero applicati rispettando le norme, senza interpretazioni spesso più
restrittive delle stesse, e che anche le famiglie fossero supportate nel recupero di un
approccio più sereno nella gestione della pandemia.
Le chiediamo pertanto di intervenire per far in modo che la salute psichica e il benessere di
bambini/e e ragazzi/e tornino ad essere l’obiettivo prioritario, soprattutto all’interno della
scuola che è il luogo in cui trascorrono gran parte della giornata. Dopo due anni, non si
può più far finta che non stia accadendo nulla ai nostri bambini e ragazzi.
In tal senso, chiediamo anche che venga sollecitata la presenza, presso ogni istituzione
scolastica, di figure con competenze professionali psicologiche, e che presidi, docenti e
genitori siano invitati alla co-costruzione di un clima più sano e disteso, per il recupero di
una dimensione comunitaria e di un benessere individuale e collettivo

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