L’Olocausto dei ROM – La storia dimenticata di coloro che si ribellarono allo sterminio di Auschwitz

Questa è una delle storie dell’Olocausto che non ha ancora trovato spazio in quelle che istituzionalmente vengono rinnovate ogni anno nel giorno della memoria. Una atto, anche questo, di discriminazione. Eppure i ROM, gli “zingari”, furono tra i pochi ad avere il coraggio di ribellarsi al programma di sterminio organizzato dai nazisti.

Gli zingari, infatti, vennero da subito classificati dai nazisti come i «prigionieri più difficili da gestire». A capirlo era bastata già la prima esperienza fatta nel 1936 quando, in occasione delle Olimpiadi di Berlino, Hitler diede ordine di pulire la città e i nomadi vennero internati in quello che, di fatto, sarebbe divenuto il primo lager del regime. Ma nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare ciò che sarebbe successo il 16 maggio del 1944 ad Auschwitz-Burkenau, nel cosiddetto Familienzigeunerlager (ovvero «Campo per famiglie zingaro»), dove – caso unico fra i lager – uomini, donne e bambini di etnia sinti e rom vivevano insieme.

In 32 baracche, erano stipati circa 6mila individui che, come scrisse Otto Rosenberg, sinti sopravvissuto a Buchenwald, “non erano come quei poveri ebrei, che arrivavano ignari dai Paesi più disparati, e se ne stavano lì con le loro valigie…”.

Gli zingari, infatti, quando furono avvisati da un prigioniero polacco di nome Tadeus Joachimowski, impiegato presso il comando del Campo, che il loro settore stava per essere «liquidato», fecero qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima: decisero di combattere.

Uomini, donne e bambini, si armarono di pietre, ferri da calza, pezzi di legno acuminati, spilloni, cucchiai affilati e, quando all’alba venne dichiarato il coprifuoco e fu ordinato loro di uscire ordinatamente dalle baracche, opposero un inaudito rifiuto. L’ufficiale in comando, tale Schwarzhuber, chiamò a rapporto il capobaracca, e il Blockälteste rispose: “Sono presenti 370 prigionieri!”. “Dobbiamo trasferirvi”, dichiarò Schwarzhuber. Ma di nuovo nessuno si mosse.

A quel punto l’ufficiale perse la pazienza e mise mano al frustino. Cominciò a colpire a casaccio, mentre uno dei soldati afferrava per i capelli una ragazza, cercando di trascinarla fuori. Lei urlò e quel grido fu come uno squillo di tromba: improvvisamente i prigionieri insorsero, venendo a una vera e propria colluttazione con i soldati, che furono costretti ad arretrare.

Si sentirono due colpi di fucile, e per un attimo fu il fuggi fuggi, ma i colpi erano stati sparati in aria. Schwarzhuber gridò agli zingari che, se non avessero obbedito immediatamente, le baracche sarebbero state date alle fiamme.

Si sentirono altri spari isolati, poi una raffica di mitra. Ma i prigionieri non cedevano e anzi l’onda della rivolta, partita dal Block IIe, cominciava a estendersi in tutto il lager, coinvolgendo i settori degli ebrei e dei polacchi. Ovunque le baracche si illuminavano, ovunque si sentiva rumoreggiare: quella mostruosa città della morte, che contava oltre centomila abitanti, sembrava essere rescuscitata ed era sull’orlo della rivolta.

Schwarzhuber tentò di stroncare la ribellione sul nascere, e ordinò ai suoi di aprire il fuoco, ma la reazione degli zingari fu talmente violenta che a le SS furono costrette a un ulteriore ripiegamento. Vedere i gagé indietreggiare, moltiplicò l’esaltazione dei prigionieri, che ora sembravano capaci di tutto.

I tedeschi si riallinearono intorno alle baracche, ma senza sparare, temendo che, se anche avessero falciato la prima fila di attaccanti, gli altri avrebbero potuto impadronirsi di qualche arma automatica. Cosa sarebbe successo se, invece di una spranga, uno di quegli uomini avesse avuto fra le mani un mitra?

Sentendo che la situazione gli era sfuggita di mano, Schwarzhuber afferrò il megafono e annunciò che il trasferimento era sospeso: tutti potevano rientrare nelle baracche.

Le sue parole suonarono come una resa, e la tensione sembrò smorzarsi di colpo: ma il tentativo di liquidare lo Zigeunerlager era clamorosamente fallito.

Quando il sole fu alto gli zingari sembrarono di nuovo fieri di appartenere al popolo dei figli del vento, il popolo che non scrive la propria storia, ma la porta con sé. E quel giorno Burkenau non aveva più l’aspetto di un lager, ma quello di un campo nomadi qualunque, dove le baracche erano carrozzoni…

Per qualche tempo, la vita scorse più tranquilla del solito. Uomini e donne vennero dispensati dal lavoro, e furono distribuite razioni di cibo più abbondanti del solito. E questo particolare, più di tutti, illuse gli zingari di aver vinto.

Ma tre mesi dopo, e questa volta la sorpresa riuscì, le SS tornarono all’attacco con forze soverchianti.

Gli zingari lottarono con le unghie e con i denti, ma, come riferirono testimoni di parte tedesca «usando tutta la loro brutalità, le SS riuscirono a stanarli dalle baracche e trascinarli sui camion», e alla fine l’ufficiale incaricato scrisse nel proprio rapporto: «Trattamento eseguito. Il Block IIe è stato liquidato».

Cinque mesi dopo, quando il dottor Mengele era già fuggito, i prigionieri superstiti furono liberati dai soldati dell’Armata Rossa.

Negli atti del processo di Norimberga solo un paragrafo ricorda il porrajmos, l’olocausto degli zingari, letteralmente «il divoramento».

E la storia della loro eroica rivolta ad Auschwitz, purtroppo, non ha ancora un posto nella memoria moderna.

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