Censis , 2020 anno della paura – Meno fiducia nell’UE e gli italiani vogliono la pena di morte

4 DIC 2020

Per il Censis nessun dubbio nel suo 54esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese: è l’anno della paura nera, l’anno in cui il Covid, un virus vero, sembra aver addirittura innescato una paura più generale, quella per e del futuro, costringendo gli italiani in un tunnel da cui ancora non si riesce a vedere la luce, a dispetto delle rassicurazioni che piovono ogni giorno. Una paura che ha quasi ‘convinto’ gli italiani a ritenere che sia meglio essere sudditi che morti, ovvero accettare una vita a sovranità limitata, ad autonomia limitata.

Un 2020 da paura

E non è detto che questa paura non muti in rabbia, incontrollabile. Ma può anche essere – possibile spiraglio – che questo ‘sisma’ finisca con il costringere il Paese a dotarsi di un progetto collettivo che spazzi via quella soggettività egoistica e proterva in cui per decenni gli italiani hanno creduto e a cui si sono consegnati prigionieri.

Il Censis ci consegna un quadro del Paese certamente preoccupante. I cambiamenti provocano sempre un sentimento di estraniazione dalla realtà, interferiscono con la capacità di stare dentro le cose e comprenderne dinamiche, effetti, strategie di reazione.

La pandemia di quest’anno, arrivata silenziosa e subdola, è uno di questi improvvisi e imprevisti cambiamenti. L’incertezza nei numeri e le tante voci hanno innescato negli italiani l’idea che ci dovesse essere una sovracapacità d’intervento dello Stato. E in effetti Il Paese ha affidato alla responsabilità politica – dice il Censis – il compito di affrontare l’immediato, di farlo velocemente e con coraggio, di intervenire attraverso le ordinanze di protezione civile, i decreti della Presidenza del consiglio, ed anche attraverso la compressione delle libertà civili.

L’ITALIA della rabbia

Sapendo, al tempo stesso, che il virus colpiva un Paese messo male e che il contagio e le sue conseguenze avrebbero svelato in tutta la sua gravità il ritardo dei processi e la debolezza dei soggetti del suo sviluppo. Non ci si aspettava la ripresa pandemica, e così “l’attesa si è trasformata in disorientamento, la semplificazione delle soluzioni in emergenza è diventata sottovalutazione dei problemi”, ed ora il contagio della paura rischia di mutare in rabbia.

Di qui l’esigenza di “un ripensamento strutturale per la ricostruzione, per i prossimi dieci anni, per le nuove generazioni”, per la società italiana.

La realtà di oggi impone di “prendere atto che il Paese si muove in condizioni a troppo alto rischio per non presupporre una nuova e sistemica azione della mano pubblica: non per riparare i guasti, ma per ripensare il Paese, per cogliere l’occasione di immaginarlo di nuovo, per non rinchiudere la nostra società in una cultura del sussidio e del respiro breve“.

In questa drammatica condizione, al Paese non bastano parole che sono tanto rassicuranti quanto al tempo stesso povere di significato, parole utili a enfatizzare un impegno generico di programmazione ma difficilmente capaci di riconnettere la società in un partecipe desiderio di ricostruzione. E il Censis cita: la resilienza, la mobilità sostenibile, la digitalizzazione dell’azione amministrativa, la rete unica ultraveloce, l’economia verde, l’investimento sui giovani. È avvertito da tutti che per rimettere in cammino l’economia e rimettere insieme la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo.

Viene sottolineato nel Rapporto che la classe politica ha scelto di non vedere il pericolo di regressione che, una volta superata la fase più acuta dell’emergenza, la concessione a pioggia di bonus di ogni genere e natura veniva accrescendo, ed ha offerto, a richiesta, la promessa di aiuti indistinti, il caricamento di crediti d’imposta senza limiti, la gestione concentrata nel vertice delle decisioni, la rimozione dei raccordi tra il contenimento di congiunturali picchi di sofferenza e il perseguimento di precisi obiettivi di medio periodo. 

Adesso si tratta di procedere, e con passo avanzato. Capire però verso dove andare, e il Censis evidenzia che in realtà la società “fiuta il tempo e il cambiamento della storia, guardando oltre la pandemia, muta e prova a emanciparsi dal suo impantanamento declinante”. Il velo è ormai “squarciato”, le sicurezze si dissolvono, alcune contraddizioni di fondo emergono alla vista. La società conosce anche i rischi della paura e della fretta che questa impone nello smantellamento del primato individuale e settoriale e, in qualche modo, “si sente costretta a un ritorno alla dimensione sistemica dello sviluppo”.

Come venirne fuori

Ma come e dove intervenire? Occorre – dice il Censis – una selezione degli ambiti d’intervento. A cominciare dal sistema delle entrate: un nuovo schema fiscale, in uno scenario positivo nel quale tutti gli elementi della tassazione sono costretti a una discontinuità fino a ieri non immaginabile. La riduzione, generalizzata e indistinta, delle tasse e dei prelievi fiscali “non appare un obiettivo coerente, non almeno nel breve periodo, con la dimensione del debito pubblico e con gli impegni a sostegno del reddito e della crescita assunti dal governo”.

Ed è altrettanto evidente che “non sono più tollerabili” le distorsioni che scaricano sugli onesti l’illegalità degli evasori. Un altro ambito importante di intervento è quello del sistema delle uscite, attraverso un ridisegno del sistema industriale e un ripensamento della qualità degli investimenti a sostegno della produzione, dell’innovazione, delle esportazioni appare uno sforzo prioritario. Uscendo dall'”indistinto aiuto a tutti”, dall’impegno al ristoro come sussidio generalizzato, riconducendo in una percorribile politica industriale la pletora di microinterventi già decisi o in via di approvazione.

Poi c’è esigenza, urgente, di un ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali, con un dibattito sul Mezzogiorno – e qui il Censis mette in guardia – che precipitosamente affonda. Senza però trascurare anche una nuova questione settentrionale si impone, perché se da un lato quell’area è più esposta al rischio di diventare una periferia a minore valore aggiunto dei sistemi produttivi nordeuropei, dall’altro è posta nelle condizioni di cogliere tutte le opportunità che il nuovo quadro dell’industria europea va configurando.

La pandemia Covid ha inoltre evidenziato una volta di più il cosiddetto ‘terzo settore’. Il Censis richiama l’attenzione su di esso, ritenendo quasi un obbligo rivederne attribuzioni di ruolo, identità, funzioni e responsabilità. Il terzo settore è un po’ attore e progettista dell’intervento sociale, ammortizzatore dell’inefficienza pubblica e privata, è in parte dipendente dalle risorse esterne e in parte imprese chiamate a vivere di mercato, destinatario d’impegni pubblici ma anche indifferente alla selezione competitiva, custode di una cultura di responsabilità sociale i cui confini sono incerti. C’e’ poi quella che sembrerebbe una contraddizione e a cui però il Censis attribuisce grande peso proposito: la storia è fatta anch’essa di curve, di cicli, che prevedono anche l’allontanamento da un cupo e pigro pessimismo.

È vero sì che i vincoli e i ritardi strutturali dell’Italia “sono una zavorra che le emergenti difficoltà economiche e sociali rendono drammatica se solo si guarda al prossimo futuro”, ma è anche vero che proprio il non esserci adattati in modo ottimale alle grandi trasformazioni dei processi globali “rivela una flessibilità, una gamma di potenzialità che possono rivelarsi una grande forza per seguire traiettorie di sviluppo fino a ieri inattese”.

Come dire che c’è ancora energia per andare avanti. Il Censis ci dice che nel timore e con cautela, il Paese “aspetta e sa di avere risorse, competenze, intuizione ed esperienza per ripensare e ricostruire a freddo i sistemi portanti dello sviluppo, che dal suo geniale fervore traspira rapido il nuovo”. È un’Italia che “attende di sentire di nuovo, quando dopo le lacrime altro non si avrà da offrire che fatica e sudore, il richiamo a rimettere mano al campo, senza volgersi indietro, guardando e gestendo il solco, arando diritti”. 

(Fonte AGI)

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